martedì - 16 ottobre 2018
 
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La comunità è rimasta di stucco dopo il coinvolgimento del consigliere Tamburello

La mafia e i mafiosi sono altrove, non certo a Mistretta

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L’inaspettata notizia dell’arresto di Vincenzo Tamburello a Mistretta, da parte dei carabinieri di Messina che hanno dato seguito ad un’ordinanza di custodia cautelare nei confronti di 14 soggetti, ritenuti responsabili a vario titolo di “tentata estorsione in concorso aggravata dal metodo mafioso”, ha lasciato di stucco la comunità amastratina.

Accuse pesanti alle quali tutti stentavano ancora credere ma che molto presto, con la continua stimolazione esercitata dall’effetto mediatico insistente, ha procurato, in tanti, visioni nuove, stimolando sospetti che mettono in crisi ogni punto fermo facendo vacillare l’idea che molti avevano del giovane mistrettese, nato e cresciuto nella cittadina nebroidea, travolto dall’operazione Concussio.

Una notizia forte che provoca un boato indicibile nello scorrere ordinario della quotidianità degli amastratini. Boato che, all’improvviso, nelle coscienze crea un vuoto che risucchia impietoso le certezze sul commercialista amastratino di cui tutto si sarebbe potuto pensare, ed immaginare, tranne che fosse il Turi Giuliano del terzo millennio. Poiché a tal punto arrivano le esagerazioni di parecchia gente che adesso, alla luce dei fatti, in tale modo lo racconta.

Ma chi è Vincenzo Tamburello? Un uomo con alle spalle una famiglia composta da gente onesta e perbene, sposato con una ragazza a modo ed altrettanto perbene, un commercialista, professionista stimato che ha, quale difetto, quello forse di chiacchierare un po’ troppo. Un chiacchierone insomma. Uno come tanti altri che, per mania di grandezza, cerca di passare per quello che realmente non è, e che non è mai stato. Un chiacchierone che, a causa forse di uno sbaglio, (sarà compito della Magistratura fare chiarezza) senza minimamente immaginare quello a cui stava andando incontro, ha aperto le porte della sua vita, e della vita dei suoi familiari, ad una esperienza particolarmente lacerante, la cui ferita non si rimarginerà mai.

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In giro per la città, balzata tristemente agli onori della cronaca per la vicenda che ha investito il giovane commercialista,  si respira dispiacere, da un lato. Piacere, dall’altro. Un piacere che si legge negli occhi di quella gente in parte carica di spirito giustizialista, ma, principalmente, da un sentimento che, come l’astio, il rancore, l’invidia, divora chi lo nutre. Il sentimento di chi vive nel risentimento che si prova per antipatia, per la felicità, il benessere e il successo, sia che ci si consideri ingiustamente esclusi da tali beni, sia che, pur possedendoli, se ne pretenda il godimento esclusivo.  Se ha sbagliato certamente pagherà. E sarà giusto così.

Ma a giudicarlo dovrà essere la Magistratura. Non di certo la gente che oggi afferma: “buonu ficiru.  Hanno fatto bene ad arrestarlo”. Hanno fatto bene, se verrà giudicato colpevole. In caso contrario avranno fatto male. Molto male. Di Mistretta, come anche di Tamburello, si è detto, e si dirà ancora. Si è detto, e si dirà ancora, della Famiglia mafiosa di Mistretta. Una famiglia che non esiste più, ma di cui, molto ancora, si sente parlare.

Ma unni minchia è sta mafia a Mistretta? A chi si riferiscono ancor ora quando legano la parola mafia alla città? Dei Rampulla della Famiglia di Mistretta, legata in particolare ai boss Nitto Santapaola e Giuseppe Farinella, non esiste più nessuno. La “signorina”, Maria e il fratello Sebastiano sono morti, Pietro è stato condannato all’ergastolo nel 1997, sentenza confermata in Cassazione nel 2002. Non hanno lasciato alcun erede. Nessun successore che possa rappresentare o far da tramite con l’organizzazione criminale verticistica.

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Eppure si parla di mafia. Giornali e televisioni non fanno altro, quando si parla di Mistretta, che accostare e suggestionare con la parola mafia.  A Mistretta è stato riscontrato dagli inquirenti un presunto reato di “tentata estorsione in concorso aggravata dal metodo mafioso”, del quale i tribunali devono ancora pronunciarsi.  Un caso isolato (fin’ora almeno)  consumatosi, probabilmente, per eccesso di boria, di megalomania. Questo non significa certo mafia.  A Mistretta c’è solo qualcuno che pensa di essere più importante di qualche altro e, con fare mafioso, cerca di dimostrarlo facendo qualche “minnicazioni”, qualche prepotenza. Niente a che vedere con l’ampio concetto di organizzazione criminale contenuto nella parola mafia, che esercita il controllo di attività economiche illecite.

La mafia è cosa diversa. Mafia è organizzazione criminale, omertà, è fregarsene dell’autorità dello Stato e delle sue leggi, è fatta di continue intimidazioni e minacce, di professionisti della finanza e del diritto che si mettono al servizio del tessuto delinquenziale. A Mistretta non esiste nulla di tutto ciò. A Mistretta chi non rispetta le leggi al massimo può essere solamente imputato di non aver versato il tributo dell’utenza idrica, della spazzatura o di sconfinamento e pascolo abusivo.

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