lunedì - 24 luglio 2017
 
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In fatto di mascariamento: il caso del vicequestore Daniele Manganaro

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Pubblichiamo un pezzo di Luciano Armeli riprendendolo da Antimafiaduemila.it. Armeli avvia un’analisi  su quanto sta accadendo attorno alla figura del vicequestore aggiunto e capo del commissariato di Sant’Agata di Militello Daniele Manganaro: un’opera di masciariamento che ne ricorda altre. La riflessione su quanto sta accadendo, a questo punto, si rende necessaria. Buona lettura.

di Luciano Armeli

Una cosa è certa! Se non “lavori” o se non diventi scomodo, il mascariamento non arriva! Si tratta di una tecnica che affonda la sua forza, oltre nell’insicurezza dell’essere umano, nella filosofia greca, nella maieutica socratica: getta il dubbio in tutte le coscienze, in quelle accese e in quelle più addomesticabili, che “la colpa” o “l’accusa” di o contro qualcuno possa avere, in qualche modo, un fondo di verità. E poi, estirpare la calunnia che pare indelebile alla verità e avvinghiata al tempo che passa, non è facile. Quella del mascariare è un’arte praticata da tanti e non solo dai mafiosi. Si potrebbero scrivere trattati sulla Fenomenologia dell’infangare, sui modi, sui tempi e persino sui destinatari di questa forma vile di colpire qualcuno.

Mascariati erano stati Pippo Fava dopo la sua morte, riconducibile secondo gli arcieri del fango a questioni di fimmini; ancora prima, Peppino Impastato, morto inizialmente per la sua attività eversiva; Giovanni Falcone, con riferimento all’attentato all’Addaura; Adolfo Parmaliana, docente universitario volato da un cavalcavia della Messina-Palermo e infangato da un corvo del palazzo di giustizia di Messina; Attilio Manca, medico affermato, morto secondo una tesi inqualificabile portata avanti dalla Procura di Viterbo per inoculazione volontaria di droga.

I casi in letteratura, comunque, al paragrafo La stagione dei veleni sono tanti. Adesso è toccato al vice-questore aggiunto, Dott. Daniele Manganaro, al comando del Commissariato di Sant’Agata Militello. Un dossier anonimo a suo carico, e l’anonimia è già loquace, pare sia circolato di questi tempi, – la notizia è stata anticipata da L’Espresso – gravido di veleni e infamie, nelle procure di Messina, Patti e Termini Imerese.

Chi è Manganaro? E chi avrebbe interesse a delegittimarlo? Appare chiaro a molti, intanto, che nel territorio nebroideo si è disegnata una netta linea di demarcazione tra un prima e un dopo Manganaro. Un territorio percepito prima come anonimo, a volte dormiente, soprattutto quello montano, senza particolari sollecitazioni di cronaca, turistiche e mediatiche, in cui la coltre del disinteresse generale pareva colpire, da lungo tempo, financo le mire delle consorterie mafiose apparentemente estinte negli anni ’90. Pareva!

Un’unica e “insignificante” anomalia: una decina di omicidi a tutt’oggi irrisolti accompagnati dalla marcia funebre di un silenzio assordante. Un processo di disumanizzazione e di mattanza che è filato liscio liscio e in punta di piedi senza perturbazioni sociali e istituzionali. Manganaro e il suo modus agendi sembrano confermare tutt’altro. La sua attività investigativa rompe una sorta di ristagno decennale e lo pone come “antipatico” scoperchia-pentole, colpendo interessi specifici a vari livelli, quelli veri del territorio.

L’operazione Gamma Interferon, per fare un esempio, e ancora prima Discovery1 e Discovery2, portano la sua firma. Il business delle ecomafie pare essere supportato da complicità a vario titolo e da colletti bianchi per i quali del fenomeno mafioso non c’è traccia. I sequestri della DIA certificano e avallano il contrario. Colletti bianchi, certi colletti bianchi, che non erano stati “toccati” o sfiorati da indagini.

Evidentemente il vice-questore è di altra pasta. Personifica, nella natura delle cose di potere zonale e di favori, oleato da anni, una rottura sgradita e insanabile; un clinamen di matrice epicurea che aborra i compromessi e devia in altra direzione il corso degli eventi e delle logiche.
Di colpo, pertanto, la geografia del sistema criminale è apparsa chiara, endemica e soprattutto imbarazzante. E sì, imbarazzante! E la realtà è tutt’altro che rosea né l’humus criminale estirpato. Anzi. Appare rivitalizzato e in piena attività. Poi c’è la spinosa questione dell’attentato al Presidente del Parco dei Nebrodi, Giuseppe Antoci, – il suo Protocollo ha bloccato il fiume di denaro comunitario alle cosche nebroidee e dei Santapaola – che lo vede protagonista in prima persona nel conflitto a fuoco di quella notte, e il clamore mediatico che segue non giova certo a calamitargli simpatie, non solo negli ambienti della malavita. Le indagini, sulla vicenda sono ancora in corso, ma la cosa che sembra “preoccupare” i corvi e i detrattori del vice-questore e forse, anche, di quella parte d’opinione pubblica, cieca e indifferente, non abituata a tanto fracasso, sembrano essere i rapporti istituzionali con un Senatore della Commissione Antimafia ponendo, addirittura, ombre sull’attentato.

Di decine di morti senza colpevoli, lasciati al dolore “muto” dei familiari, a nessuno sembra importare qualcosa. A tal proposito i corvi cosa dicono? Anche i sequestri e le misure adottate dalla magistratura sono esagerati? Se il corvo, chiunque esso sia, (o siano) ha tanto da dire anche con dovizia di particolari e tecnicismi è forse perché tutta questa vicenda ha svelato il marcio e/o il connubio tra crimine e colletti bianchi, quel patto che da un decennio ha garantito inerzia, pax e business. E chissà, buttarla poi sull’altra solita questione delle icone dell’antimafia di facciata fa sempre presa. Magari la quaestio va a intaccare le leadership di zona. I dossier arrivano sempre al momento giusto. Soprattutto agli organi d’informazione. E non manca il mascariamento politico: se denunci, è perché hai ambizioni politiche e intanto per i morti decennali e senza colpevole nessuno s’indigna.

Più che lo Stato che dovrebbe tollerare degenerazione di potere, pare parlare, con la maschera, quella parte di Stato che si è sentito denudato o smascherato. Delegittimato. Così il Dott. Manganaro: “Devo ringraziare l’Espresso per avermi messo a conoscenza dell’esistenza di un dossier anonimo nei miei confronti, che non vedo l’ora di acquisire per capire chi sono il poliziotto e il politico locale artefici del predetto esposto. I miei legali sono a lavoro per tutelate la mia immagine. Continuo il mio lavoro nella massima serenità”. Questa la dichiarazione del funzionario di Polizia. Certo che se di poliziotto e di politico locale si tratta, l’affaire Manganaro confermerebbe il paradigma secondo cui i veleni all’interno delle istituzioni, dettati da rancori, frustrazioni o non si sa cos’altro, continuano a serpeggiare. Come sempre! Del resto è prassi conclamata. Scontata. Prevedibile.

L’impressione, viceversa, è che, più che mascariare un uomo delle istituzioni che semplicemente sta facendo il suo dovere, l’attività meschina di dossieraggio ha smascherato, confermandola, l’inerzia e le mancanze di qualcuno deputato alla sorveglianza di un territorio che, in effetti, è da qualche tempo in balia dell’assoluto controllo di cosche tutt’altro che moribonde. Sentenziava Francesco Crispi: La calunnia disdegna i mediocri e si afferra ai grandi. Così come gli anonimi restano sempre degli anonimi.

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