Situata nel cuore dei monti Nebrodi  a  930 metri sul livello del mare, la città di Mistretta dista appena 15 km dalla costa e dallo svincolo dell’Autostrada A20 Messina/Palermo, alla quale è comodamente collegata dalla strada statale a scorrimento veloce 117,  S. Stefano di Camastra-Gela. E’ uno dei centri nebroidei più ricchi di storia. Misteriose le sue origini che hanno appassionato intere generazioni di storici, che si sono confrontate su due ipotesi diverse legate a due antichi toponimi, Mete’’Ashtart (uomini di Astarte) o Am’Ashtart (popolo di Astarte),  da cui deriva il toponimo greco Amestrata. Ciò che, in ogni caso, appare chiaro, è l’origine semitica della nomenclatura, che sembrerebbe indicare una presenza fenicia nella zona in cui sorge oggi l’attuale centro di Mistretta. Il nome Amestratinoi, con il quale sono identificati i cittadini dell’antica Mistretta compare per la prima volta in una stele ritrovata nella vicina città greca di Halaesa. I romani la chiamarono Mytistratos. La tradizione fa risalire le origini di Mistretta ai Sicani, che lasciarono prove inconfondibili dei loro stanziamenti nelle costruzioni in pietra e negli oggetti di ceramica, molto simili a reperti di civiltà sicana ritrovati nell’Asia Minore. Ritrovamenti di utensili in ossidiana fanno supporre la presenza di autoctoni in età preistorica. Fondata dai Fenici nel terzo secolo AC fu colonizzata dai greci e conquistata dai romani che la elessero citta decumana. In epoca bizantina, Mistretta era un centro di grande rilevanza grazie ai ricchi feudi posseduti dai conventi basiliani di S. Maria La Scala e S. Maria del Vocante. Le chiese di rito greco S. Sofia, S. Elena e San Leo, sopravvissute alla conquista araba, furono aperte al culto fino al XV secolo.Gli Arabi, che dominarono la città tra l’827 ed il 1070, ricostruirono il nucleo originario della Fortezza i cui ruderi dominano tuttora la cittadina e popolarono le falde della rocca, cambiando la conformazione urbanistica dell’abitato. La fortezza fu espugnata nel 1082 dai Normanni. Il re normanno Ruggero d’Altavilla, nel 1101, donò Mistretta con le sue chiese e tutto il suo territorio al fratello Roberto, Abate della Santissima Trinità in Mileto Calabro. Nel Medioevo le falde del castello erano circondate da mura i cui resti sono visibili nel Vico Torrione e lungo la Strada Numea dove si apre la Porta Palermo, una delle due antiche porte della città. Oltre all’insediamento urbano circondato dalle mura, vi erano numerosi “bagli”, aggregati sociali e produttivi circondati da orti. Proprio dagli antichi “bagli” hanno avuto origine i quartieri di Mistretta nei quali è possibile leggere la differenziazione etnica e quindi la localizzazione di quelli bizantini, arabi ed ebraici. Nel 1282 Mistretta partecipò all’Epopea dei “Vespri Siciliani”. Successivamente subì varie infeudazioni fino a che, con il privilegio di re Martino del 1405, l’università di Mistretta con i suoi casali fu dichiarata terra demaniale ed  ebbe così un posto nel Parlamento del Regno. I Privilegi del Re Alfonso, nel 1447, crearono le condizioni affinché, nel XVI secolo, la città si arricchisse di numerosi monumenti religiosi fra i quali l’importante Chiesa Madre dove gli scalpellini amastratini lasciarono il segno della loro originale arte che non sfigura nemmeno accanto alle finissime opere dei Gagini che pure vi lavorarono.

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Mistretta gode del titolo di città imperiale concesso dal vicerè De Vega nel 1556.

L’aspirazione alla libertà è stata il filo conduttore della storia di Mistretta. I mistrettesi, o amastratini , difesero la propria demanialità dai vari appetiti feudali con la forza della democrazia: infatti, i consigli civici, che erano formati da cittadini appartenenti a tutti i ceti sociali, concorsero alla ricompera della città quando, nel 1630, Filippo IV vendette la città al conte Gregorio Castelli. Nel 1633 i mistrettesi con grandi sacrifici economici si autotassarono e riuscirono a riscattare la propria demanialità. Dopo la battaglia di Lepanto, Mistretta potè abbattere la cinta muraria ed espandersi dalle falde del Castello verso la zona urbanizzata in epoca bizantina. Il cinquecento e il seicento furono i secoli della ricostruzione: sorsero chiese, conventi, fu costruito il primo acquedotto. Nel cinquecento furono gettate le basi per la rinascita sociale: sorsero l’ospedale, una casa di accoglienza per giovani donne abbandonate e l’Opera Pia SS. Salvatore che con numerosi contributi dei consigli civici e di privati scongiurò i mali delle carestie.Il secolo XVIII vide il sorgere di una agiata classe di possidenti e allevatori e di conseguenza l’affermarsi di attività commerciali ed artigianali. La ricca borghesia amastratina, orgogliosa delle proprie ricchezze, costruì  i propri  palazzi con gusto sobrio ma severo. Risale al settecento l’assetto urbano dell’odierna Mistretta, quando la Corte Giuratoria, con un rigoroso regolamento dell’ornato, rilasciava le ” Licentiae aedificandi” a condizione che fossero rispettate gli allineamenti delle case, il decoro delle facciate, il rispetto delle distanze fra le opposte abitazioni e soprattutto gli slarghi che, pur non essendo ancora assunti a concetto di piazze, dovevano mantenere la valenza sociale di incontro e aggregazione, anche per la loro collocazione nei pressi degli edifici religiosi. Mistretta partecipò attivamente al processo risorgimentale, inviando un contingente di uomini a battersi a fianco di Garibaldi. La nuova classe dirigente post-risorgimentale progettò una città “da vivere”: gli slarghi di tutti i quartieri più importanti furono valorizzati con la costruzione di fontane e con una nuova pavimentazione. In ogni quartiere fu progettato un centro di riunione, di passeggio, di incontro, di organizzazione di feste e intrattenimenti rionali. La presenza, a Mistretta, alla fine del 1800, dell’Architetto Basile, incaricato della progettazione del cimitero, influenzò il nuovo assetto urbanistico, con la costruzione di fontane, larghi, piazze, pubblici passeggi. Nacquero così le Piazze: Buon Consiglio, S. Francesco, SS. Rosario, S. Nicolo’, S. Rosalia, S. Pietro, Largo Calvario, Largo Progresso, la Piazza della Strada mastra, S. Sofia e il giardino Garibaldi dove fu collocato un palchetto per la musica. A seguito di eventi storici così intensi, Mistretta è divenuta sede di un ricchissimo patrimono urbanistico e di beni artistici, iconografici, architettonici ed etnoantropologici.                                                                                                                                            Detto questo, bisognerebbe ora spiegare quello che è oggi Mistretta. Una spiegazione assai complessa che non si può certo abbozzare nelle poche righe che rimangono a mia disposizione. Mistretta oggi è una città in crisi. Crisi d’identità, economica, sociale e politica, che vive la contraddizione fra la capacità di narrare e i problemi congiunturali e stabilmente strutturali della città. Una crisi che emerge dalla mancanza di volontà e dall’inconcludenza ( da dove, del resto, derivano i peggiori difetti) di chi si è trovato ad amministrare, con furbizia, approssimazione e l’incapacità  di unire ed unirsi nello sforzo e per il bene comune. Caratteristiche estese a tutto il tessuto sociale, che non permettono di decollare, malgrado le bellezze del territorio, le indiscusse potenzialità ed il ben di Dio ereditato da un autentico passato lungo secoli. Una città che straborda di storia, con requisiti e caratteristiche tali da poter offrire al turista il fascino di un mondo ancora “ vivibile”, ma che invece va disgregandosi con crolli cadenzati dai quali è possibile misurare le capacità politiche, amministrative, il senso di comunità e di unità sociale.

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