Sui Nebrodi c’è un gap di comunicazione. E non è una grande novità. Così come non è una grande novità che le amministrazioni locali non si siano mai dotate di strutture di comunicazione adeguate per garantire quella trasparenza che è un obbligo etico prima ancora che legale. Ma c’è di più. Perché nei giorni scorsi abbiamo avuto modo di verificare che alcuni sindaci sono abituati a trattare la cosa pubblica come cosa privata, ovvero si sentono proprietari dei Municipi, come se fossero regnanti super partes.

Così, questi sindaci, decidono chi deve e chi non deve avere le informazioni a seconda che sia considerato giornalista o giornale amico oppure sia considerato cronista non gradito e dunque da allontanare. E’ un atteggiamento che fa male a tutti: nuoce intanto a quel sindaco ma nuoce anche e soprattutto all’intera comunità. Passi il fatto che in pochi sono veramente dotati di ufficio stampa o di strutture assimilabili.  Ma non può assolutamente passare in secondo piano questo comportamento fascistoide e antidemocratico che considera i giornalisti come meri camerieri o servi sciocchi al servizio della propaganda di questo o piccolo ras di paese.

Nell’epoca della post verità o per meglio dire delle bugie c’è chi la verità la vuole nascondere a tutti i costi e mal sopporta chi invece la verità vuole raccontarla tutti i giorni. E ci si rende conto che siamo nel pieno di uno scontro: tra chi vuole conservare l’arretratezza dei Nebrodi e chi invece pensa che la trasparenza e la legalità, il rispetto delle regole e la buona amministrazione siano l’unica via percorribile. Pensiamo che informare i cittadini non sia un capriccio ma un obbligo e vogliamo dire che i nostri avversari sono tutti coloro che puntano sull’opacità magari per nascondere piccoli e grandi affari (o malaffari). Qui la nostra mail (nebrodinews@gmail.com) scriveteci e mandateci i vostri comunicati, ce ne occuperemo. Perché questa non è né la casa del giudizio né la casa del pregiudizio. I giornali raccontano fatti e non si può certo pretendere di tacere di fronte alla cronaca. Anche quando la cronaca fa male. Perché sapere aiuta il confronto e aiuta un territorio, una comunità a crescere. Questa è la casa della libertà. Di informare, certo, e di manifestare liberamente il proprio pensiero. Nel rispetto di tutti.

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