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Ritrovata un'antica tradizione con la Settimana teologica
MESSINA. Registrata una buona affluenza nella seconda sessione svoltasi martedì

Martedì si è tenuta la seconda sessione della Settimana Teologica. Anche questa giornata ha registrato una buona affluenza di ascoltatori interessati. Dopo un video che ha riassunto i momenti salienti del primo giorno è stato letto il messaggio che Don Rino La Delfa, Preside della Facoltà Teologica Siciliana ha inviato, non potendo essere presente, in cui si complimentava per l’iniziativa di recupero di una tradizione così importante per Messina.
Il dibattito è stato moderato dalla prof. ssa Concetta Sirna, Ordinario di Pedagogia interculturale dell’Università degli Studi di Messina. Relatori: il teologo Don Giuseppe Bellia, a cui ha la prof. ssa Sirna ha chiesto, nel dargli la parola, se l’ascolto della Parola di Dio fosse compatibile con l’aspirazione alla libertà e come fosse possibile, oggi, ritrovare uno spazio di ascolto e la prof. ssaMilena Santerini, Ordinario di Pedagogia generale dell'Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano, alla quale ha posto diversi interrogativi: nel vivere comune ci giochiamo la nostra identità? Cosa significa oggi appartenere ad una comunità? Ne abbiamo una o più? Chi la definisce, noi con la volontà o tutti?
Don Giuseppe Belliasi è posto due interrogativi: esiste ancora un primato della parola? L’identità del cristiano oggi da cosa è data? “In un tempo di neonaturalismo - ha detto - silenzio e parola sono diventate realtà morte, vuote. La parola ha perso la valenza simbolico culturale per diventare pura fisicità. Il degrado del corpo non è legato solo ad una decadenza dei costumi ma anche al declino della parola che oggi ha perduto ogni connotazione sostanziale di struttura relazionale tra i vari soggetti.
Da sempre gli uomini si sono incontrati nello spazio libero della parola, perchè essa un’oggettività a priori. Il salto dall’animale all’uomo si è verificato col dono della parola, fenomeno originario e originante. Come si è giunti al fallimento della civiltà della parola? Oggi utilizziamo un edonismo sfrenato e la menzogna per colmare il disorientamento generato da una realtà mondana. Si deve tornare al primato della parola, come ci è stato consegnato dalle Scritture ebraico cristiane; l’ascolto dà spazio alla parola dell’altro che cerca confronto, intesa.
Vi è anche una base antropologica in tutto questo? Oggi parliamo di dissoluzione della corporeità: prima si assegnava al corpo una valenza simbolica elevata, mentre oggi questa serve solo per il raggiungimento di un edonismo infelice. Bisogna allora riannodare il legame tra corpo e spirito, tra ragione e passione, tra mito e logos, attraverso un comprensivo sapere dell’anima. Fuori dalla relazione interpersonale la parola va alla deriva. Il silenzio appartiene alla parola, per questo, non è opposto ad essa. Nel silenzio è dato all’uomo di riportare la parola a colui che l’ha ricevuta. Noi viviamo della vita di Gesù, che è la parola, il pane disceso dal cielo.
Subito dopo, la prof. ssa Milena Santerini ha parlato di appartenenze plurali. “Diventare te stesso - ha detto - è l’imperativo della modernità, se ci si arresta ad una idea di realizzazione fine a se stessa. Siamo invitati a collocare autorità e libertà nell’orizzonte del dialogo fra l’io, il tu e il noi.
L’autorealizzazione è un valore importante della modernità a cui nessuno rinuncerebbe, ma questo si realizza solo se vi è l’appartenenza ad una comunità. Questo lo dimostrano bene i giovani che sono sempre in cerca di adozione da parte degli adulti, rivolgendo il loro bisogno di appartenenza con aspetti che sembrano contraddittori, come l’esibizione.
Il termine appartenenza ha un doppio significato: condivisione, ma anche sentirsi adottati, come parte di una famiglia più vasta.
Quale ruolo esercita la solidarietà in questa insicurezza? Essa conduce i cristiani e i giovani a considerare la carità come centro della vita. Più la vita è calcolata e più si sente il bisogno di staccare in momenti rituali di eccitazione e disinibizione. I giovani sognano ma non sempre trovano negli adulti il desiderio di sognare, vivendo la carità come un concetto più ampio del noi.
Oggi si parla di appartenenze al plurale. A questa sfida si può rispondere con identità forti, che accolgano la richiesta di riconoscimento delle giovani generazioni.
Alla base dell’educazione ci sta l’idea forte che abbiamo un destino comune e siamo parte di un’unica famiglia umana. Ma quest’idea è impossibile, poiché pensiamo che noi non siamo destinati all’unità ma alla divisione, al confronto, ai conflitti.
Questa questione può essere riassunta con tre termini chiave: universale, uniforme e comune, tre termini chiave.
L’universale è un concetto ereditato dalla filosofia greca ma anche dal messaggio cristiano. L’universalismo demonizza gli altri, li deride, li ignora; il dogmatismo vince con le identità assassine, con l’irrigidimento delle culture.
L’uniforme rimanda al rischio di una massificazione: tutti ormai si stanno uniformando nelle abitudini e nel modo di pensare.
Il comune, rimanda al termine munus, che vuol dire dono; riconosce gli altri nella reciprocità, che è la vera frontiera dell’appartenenza.
Oggi si celebra la morte del multiculturalismo che ha scelto l’esaltazione delle differenze, separandole e proclamandone la neutralità.
Per vivere nel pluralismo occorre radicarci nell’idea guida di un’unica famiglia umana e vanno ricercati valori comuni. Non esistono, infatti, le culture, sono gli uomini che le praticano. Papa Benedetto XVI affermava che la diversità che porta all’isolamento è causata dall’uomo che perde la collettività e l’interconnessione”.
Alla fine delle due relazioni, è stato dato spazio ad un dibattito.

9-02-2011 17:33

   
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