Nebrodi, lo strappo di Slow Food: una seconda condotta che divide
C’è una domanda che in questi giorni corre sui Nebrodi, tra produttori, appassionati, amministratori locali e pezzi di quel mondo che da anni ruota attorno alla galassia Slow Food: a chi giova tutto questo? Perché qui non siamo davanti a un normale passaggio di consegne o a un fisiologico ricambio interno. Qui il nodo, almeno per come viene vissuto sul territorio, è un altro: l’idea di costruire o accreditare una seconda cabina di regia Slow Food in un’area dove una condotta c’è già, è attiva, riconosciuta e radicata.
I fatti di partenza sono chiari. La Condotta Slow Food Nebrodi risulta ufficialmente nell’elenco delle condotte siciliane di Slow Food, con riferimento a Torrenova e con Giacomo Emanuele indicato come portavoce. Nello stesso perimetro organizzativo, Slow Food distingue anche le comunità, che però sono un’altra cosa: non sostituiscono la condotta, ma si integrano nella rete locale già esistente.
C’è di più. Nel documento programmatico della stessa Condotta Nebrodi si legge nero su bianco che la realtà territoriale nasce nel 2017 come costola della Condotta Valdemone, con l’obiettivo di difendere biodiversità, colture, saperi e produzioni agroalimentari del comprensorio. Non siamo dunque davanti a un’esperienza appena germogliata o a una sigla vuota: parliamo di una struttura che ha quasi dieci anni di storia alle spalle.
Un ulteriore elemento pesa, e non poco. Nella pagina ufficiale di Slow Food dedicata alle candidature e ai programmi per il rinnovo delle cariche delle associazioni territoriali, alla voce Slow Food Nebrodi compare proprio il gruppo dirigente della condotta storica, con Giacomo Emanuele candidato presidente e gli altri componenti del direttivo. Segno che, almeno sul piano pubblico e documentale, la condotta esistente non solo c’è, ma è inserita nel percorso ordinario della vita associativa nazionale.
Ed è qui che il caso diventa politico, associativo e perfino territoriale. Perché se sul sito ufficiale Slow Food continua a esistere una sola Condotta Nebrodi, se quella condotta ha un programma, una storia, un radicamento e un gruppo dirigente formalmente in campo, allora qualsiasi operazione parallela ha bisogno di una spiegazione limpida. Non per pignoleria burocratica, ma per rispetto del territorio. Anche perché lo statuto di Slow Food Italia dice che la costituzione di una nuova associazione territoriale, cioè di una condotta, richiede almeno trenta soci e soprattutto una deliberazione del Consiglio Direttivo Nazionale, sentito il livello regionale. In altre parole: non è una nascita spontanea, e non può essere raccontata come se fosse una cosa ordinaria o neutra.
Il punto vero, allora, non è se qualcuno abbia il diritto di impegnarsi o di proporre iniziative. Quello, naturalmente, sì. Il punto è un altro: perché duplicare o sovrapporre il presidio associativo in un’area tanto delicata? I Nebrodi non sono un territorio qualunque. Sono una delle geografie più dense di biodiversità alimentare della Sicilia. Il Parco dei Nebrodi ricorda che qui insistono sei Presìdi Slow Food: Provola dei Nebrodi, Suino Nero dei Nebrodi, Patata di montagna dei Nebrodi, Fagiolo Carrazzo, Pasta Reale di Tortorici e Ape Nera Sicula. E la Fondazione Slow Food, per esempio, sottolinea che il Presidio del Suino Nero dei Nebrodi serve a proteggere non soltanto una razza e i suoi salumi, ma un intero sistema produttivo e territoriale.
Questo significa una cosa molto semplice: sui Nebrodi Slow Food non è soltanto una bandiera ideale. È infrastruttura di reputazione. In assenza, in alcuni casi, di strumenti forti e compiuti di tutela di mercato, è anche una forma di garanzia culturale e commerciale per produzioni che valgono oro. Basta pensare al suino nero, al suo mondo di allevatori, trasformatori, ristoratori, eventi, racconto territoriale. In un contesto del genere, la frammentazione non è un dettaglio da addetti ai lavori: è un danno potenziale.
C’è poi un tema che Slow Food conosce bene e che i suoi stessi documenti richiamano con chiarezza. Le comunità locali nascono e si integrano nella rete che a livello locale è già composta dalle condotte; il valore aggiunto dovrebbe essere il dialogo, la collaborazione, il confronto. Non la sovrapposizione, non la competizione, non la guerra di recinto. Se invece da questa vicenda passa il messaggio di una contesa per il controllo del marchio, della rappresentanza o della regia territoriale, allora si sta andando nella direzione opposta rispetto alla grammatica pubblica del movimento.
È questo il punto che oggi andrebbe chiarito fino in fondo, e rapidamente. Esiste o no un progetto di seconda condotta sui Nebrodi? Se sì, con quale perimetro, con quale base deliberativa, con quale rapporto con la condotta storica? Se no, perché si è lasciato che sul territorio si producesse questa percezione di sdoppiamento, di commissariamento di fatto o di sfiducia verso chi ha lavorato fin qui?
Perché i Nebrodi hanno bisogno di tutto, tranne che di una banale litigiosità di piccolo cabotaggio. Hanno bisogno di una rete che tenga insieme produttori, presidî, scuole, amministrazioni, ristorazione, turismo lento, narrazione del territorio. Hanno bisogno di coesione, non di faide. E hanno bisogno, soprattutto, che chi sta più in alto capisca una cosa elementare: in territori fragili e preziosi come questo, le forzature organizzative non rafforzano Slow Food. Rischiano solo di indebolire Slow Food e di dividere i Nebrodi.