A partire dal 28 novembre 2019 parecchi siti di informazione (ne abbiamo contati almeno una ventina) sono stati bloccati da Facebook per presunte violazioni delle regole della community. Si tratta nella quasi totalità dei casi di piccoli siti di informazione locale o di nicchia su settori specifici, o ancora di sport. A questi siti è stato o viene impedito di condividere gli articoli sulle loro rispettive pagine di Facebook nonostante nel tempo abbiano investito migliaia di euro per promuovere la loro attività sulla piattaforma americana.

Facebook continua a non rispondere, nessuno si interessa della questione mentre nel frattempo parecchi siti sono stati sbloccati. Ma il problema resta. Perché qui il tema non è quello di siti con contenuti fascistoidi e razzisti, non si tratta di siti di informazione legati a certe aree nere della cultura del Paese.  Quelli bloccati sono siti di informazione libera e laica, che lotta contro il razzismo, per la libertà e contro, soprattutto, il malaffare e i comportamenti illegali di certi amministratori pubblici.

Si tratta, complessivamente, di siti che danno lavoro a centinaia di persone: alcuni in maniera stabile altri da collaboratori. I siti di informazione locale rappresentano il nerbo del sistema informazione nel nostro paese e quelli di nicchia sono un pezzo importante del sistema informativo italiano. In tutti questi casi Facebook non ha dato ai proprietari alcuna spiegazione sui motivi che hanno portato l’azienda americana a fare queste scelte.

Non solo: non esiste sulla piattaforma Facebook un servizio clienti adeguato a dare indicazioni ai proprietari dei siti di informazione. Le richieste fatte dai piccoli imprenditori sono passate inosservate e non hanno avuto alcuna risposta nell’immediato e in qualche caso nemmeno a lungo termine. Il danno per piccole imprese di questo tipo è enorme, il danno per la libertà di espressione in Italia è incalcolabile. Facebook è diventato il padrone incontrastato dell’informazione nel nostro Paese: censura i siti senza darne alcuna motivazione plausibile.

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Un comportamento che va oltre la legge e non rispetta i principi di un bene primario come l’informazione che nelle piccole comunità è bene prezioso per la sopravvivenza democratica. In alcuni casi di cui sopra c’è il fondato sospetto che la decisione di Facebook sia stata presa sulla base di segnalazioni organizzate provenienti da gruppi di malaffare o di politici ambigui di cui si erano occupati nel tempo i giornali coinvolti. E questo è un altro tema importante: una qualsiasi delle mafie del nostro paese con questo sistema può bloccare anche il più importante dei giornali se questo ha dato fastidio alle cosche.

E’ chiedere troppo a Facebook e in generale alle grandi piattaforme presenti nel nostro paese di organizzarsi per rendere più trasparente il meccanismo di selezione dei siti con un desk dedicato? Il tema per la sua rilevanza non può non essere preso in considerazione dalla politica e, per quel che concerne l’incombenza e il potere dei gruppi di malaffare e mafiosi, dalla commissione parlamentare antimafia.

Qualche politico ha affrontato la questione con superficialità: si aspetta la prossima campagna elettorale per rendersi conto che questo tipo di condizionamento è reale?  Le amministrazioni locali sono il primo obiettivo delle mafie perché grazie agli enti locali costruiscono il sistema di governance e di condizionamento della politica: è così da sempre ma oggi il fenomeno è diventato più pervasivo. Zittire siti di informazione locale diventa per i politici mediocri e per i gruppi di malaffare una priorità. Si tratta di gruppi, sarebbe meglio chiamarli cosche, che hanno parecchio denaro a disposizione, che pensano di godere di perenne impunità. Ma non l’avranno vinta.

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