Nel grande e complicato cruciverba dell’esistenza, in cui spesso facciamo fatica a trovare risposte adeguate alle tante domande che la quotidianità ci pone, è facile imbattersi nei “figli di papà”:  figli cresciuti, e diventati grandi, negli agi, accontentati in tutto, e per tutto, da genitori benestanti, ma che dietro la maschera di un’ostentata superiorità e sicurezza, spesso, vivono uno stato di frustrazione schiacciati tra una legittima ricerca di auto realizzazione e la consapevolezza di non essere all’altezza dei propri genitori. Intimoriti dal pensiero di non riuscire nella vita come loro e spaventati dall’idea di doversi accontentare di un’esistenza mediocre.

E’ chiaro che non stiamo parlando di quella sparuta categoria di figli che, dimessamente, riconoscono di essere dei privilegiati, e sanno che è del tutto casuale avere avuto la sorte di nascere dalla “parte giusta”, educati ad essere umili dando luce alla propria umanità attraverso l’apertura, l’incontro ed il rispetto per altri. Figli ai quali è stato insegnato che nessuno è migliore di nessuno e che non è certo merito loro se la vita li ha messi in una condizione di vantaggio rispetto ad altri. Parlando di “figli di papà” non ci riferiamo a coloro i quali sanno benissimo che da tutti c’è da imparare qualcosa, che ogni persona ha da offrire del buono e che non esiste individuo migliore o peggiore di altro in virtù del posto che occupa nella scala sociale. Non ci riferiamo a soggetti con caratteristiche simili a quel tizio, Figlio di Papà per eccellenza, vissuto oltre 2000 anni fa, che, dopo morto, perché figlio di qualcuno, ha avuto persino il privilegio resuscitare. Essere figli di “qualcuno” non è certo un peccato né tantomeno una colpa.

Il figlio di papà, a cui ci riferiamo, è colui che nella propria vita ha sempre avuto “a mangiatura vascia”, il cibo a portata di bocca, crede di essere il protagonista assoluto e tutti gli altri sono solo comparse nel suo film. Il film della sua vita. Colui il quale, proveniente da una famiglia “importante” pensa (ma non lo dice) di essere migliore, diverso; pensa che tutti coloro che gli girano intorno siano suoi subalterni; che sin da bambino, per via di una educazione permissiva e perbenista, mascherata da educazione sana, che disapprova qualsiasi tipo di punizione, pretende che tutto gli sia dovuto. Con gli altri bambini è lui che dove dirigere il gioco: decide a cosa giocare, chi deve giocare e quando si deve smettere di giocare. E nei giochi pretende di interpretare il ruolo di capo o di protagonista e così cresce pensando di essere onnipotente, pretendendo di decide per sé e per gli altri.

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Non sa perdere, non sa accettare un rifiuto e con gli anni impara ad utilizzare qualunque espediente per ottenere quello che vuole. Fa in modo che tutto ruoti intorno a sé, utilizzando gli altri (spesso anche i propri familiari) come oggetti per raggiungere i propri scopi. Se qualcuno lo infastidisce sa come minacciarlo, ricattarlo e spaventarlo. Se ci sono colpe, mancanze, errori sono sempre degli altri. Mai le proprie. Superbo, opportunista, manca di empatia ed ha sempre un’insaziabile fame di visibilità. Caratteristiche, però, che gli conferiscono una forte ascendenza sugli altri, soprattutto su soggetti stupidi e caratterialmente deboli. A chiacchiere è il numero uno, ma nei fatti è incapace di risolvere qualsivoglia tipo di difficoltà, non essendo mai stato abituato ad affrontarle: c’è sempre stato qualcuno che se n’è occupato al posto suo.