A Galati Mamertino da qualche settimana va di scena la polemica sull’arrivo in  paese dei minori migranti. Si confrontano posizioni legittime e tutte degne di nota.

L’imprenditore che vuole riconvertire la sua struttura turistica, l’amministratore che pone problemi di confronto e coinvolgimento delle comunità locali in decisioni così delicate, il cittadino che si interroga, il sindacalista che pone altre questioni di metodo e di opportunità. Galati, perché sia chiaro, non è mai stato un paese razzista anzi tutt’altro: nel tempo cittadini provenienti da ogni parte del mondo si sono perfettamente integrati.  Dunque chi fosse tentato di trasformare il caso in un banale fatto di ordinario razzismo se ne stia pure alla larga. Non è questo il caso.

Eppure Galati Mamertino, paese del Parco dei Nebrodi, paese che era riuscito a creare una apparentemente solida filiera enogastronomica e che punta a candidarsi legittimamente a centro turistico, oggi è costretto a confrontarsi con un imprenditore che della gastronomia e dell’ospitalità aveva fatto un punto di forza: questo imprenditore ha deciso di abbandonare il turismo per dedicarsi alla più (forse) redditizia ospitalità dei migranti. E’ solo sua la responsabilità? Una comunità ha il dovere di interrogarsi  non solo sull’opportunità del fatto specifico e contingente ma su un’intera strategia, su una prospettiva, su quello che vuole essere, su quali sono le sue ambizioni. Di comunità, intendiamo, strutturata e coesa. Se coesa è ancora.

Ed è inutile, almeno per questa volta, dare la colpa agli amministratori di oggi perché forse è necessario guardarsi un po’ indietro e provare a capire quando, questo paese di montagna che ha sempre avuto grandi aspirazioni, la comunità ha smesso di essere ambiziosa, ha smesso di immaginare un grande futuro finendo per accontentarsi di poco, anzi a volte di niente. Galati vuole essere una centro turistico, un punto di riferimento produttivo, una piccola capitale artigianale? Non c’è che da decidere, da scegliere e avviare un dibattito provando a capire se ci sono le risorse giuste per farlo. Ma un paese che non si è mai (dico mai) dato uno strumento serio di governo del territorio o non ha programmato per tempo non può non approfittarne per comprendere cosa si aspetta da sé. Altrimenti il dibattito rischia di essere vuoto ed effimero.

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