Si è costituito a Castel di Lucio il “Comitato cittadino per la salvaguardia degli equilibri naturali”, che venerdì scorso ha incontrato il sindaco, Pippo Nobile, e il presidente del Consiglio, Soccorso Stimolo, nell’aula consiliare del Comune nebeoideo.

Nel corso di un partecipato dibattito, il Comitato ha chiesto di studiare delle misure urgenti assieme alle Istituzioni, ai professionisti del Servizio Veterinario e al Corpo Forestale, per contenere l’espansione del numero di suini selvatici che da qualche tempo danneggiano la flora e la fauna tipica del territorio, rendendo impossibile l’esercizio di qualsiasi forma di attività agri-silvi-pastorale.

“Ci troviamo di fronte ad un ibrido di grosse dimensioni particolarmente aggressivo , che nulla ha a che vedere con le razze tipiche del territorio che andrebbero salvaguardate – afferma Giuseppe Iudicello, portavoce del comitato -. Questo animale è il risultato di incroci avvenuti in cattività tra suini scappati da allevamenti, suini importati dall’est europeo – per migliorare le razze e per il ripopolamento-  suino nero siciliano e cinghiale. E’ un animale che ha trovato il suo habitat nelle nostre montagne, nei nostri boschi, che adesso ha la necessità di occupare nuovi spazi per via dell’aumento del numero, e che via via si sta spingendo all’interno dei centri urbani.

Dott. Iudicello, quanti e quali sono i rischi determinati da questa massiccia presenza?

Naturalmente sono molteplici. Possiamo riassumerli partendo da quello sanitario al quale sono esposti, in questo caso, gli abitanti e animali della fascia compresa tra Nebrodi occidentali e Madonie. Questi maiali selvatici vagano tra i territori in cui insistono diverse aziende agricole risanate, contaminando anche le falde acquifere. La tubercolosi, per esempio, in questo modo può facilmente essere trasmessa agli animali come i bovini e arrivare nelle nostre tavole tramite prodotti degli allevamenti locali.

Altro rischio importante è rappresentato dal disequilibrio che stanno creando alla fauna e alla flora del territorio. La ricerca di tuberi e di piante specifiche farà si che, in poco tempo, alcune specie vegetali tipiche del territorio scompariranno. Si ravvisa anche una riduzione di alcune specie animali che sono diventate prede dei suidi. Per fare un esempio i rettili stanno scomparendo sul territorio, e in assenza di questo predatore, si ha un palese aumento di ratti che invadono le campagne del nostro territorio. Non meno importante è il rischio per l’incolumità dell’uomo e i danni che stanno arrecando alle aziende agricole: alle strutture, alle recinzioni etc.

Cosa si intendete fare per contrastare questo fenomeno?

Bisogna studiare delle misure di contenimento; le battute di caccia non rappresentano una soluzione, ma possono dare un minimo aiuto. Oggi come sappiamo il numero di cacciatori è diminuito di parecchio e anche allungando il numero delle giornate in cui si possono cacciare gli ungulati, avremmo sempre numeri irrisori.

Cosa propone il Comitato per tentare di arginare questo fenomeno?

Lavorare sulla cattura, soprattutto degli animali di grossa taglia che niente hanno a che fare con il territorio. Per ristabilire una sorta di equilibrio, se agiamo nell’immediato,  potremmo ancora recuperare qualcosa. E per dar voce ad una celebre frase di Einstein: “nel mezzo delle  difficoltà nascono le opportunità”. Abbiamo presentato un “project work delle linee guida” che prevede la collocazione di molte gabbie sul territorio per effettuare degli abbattimenti selettivi. Il progetto potrebbe autofinanziarsi, se, come avviene in altre regioni e come prevede la normativa nazionale, la selvaggina cacciata nel rispetto delle norme potesse essere commercializzata. La gestione delle gabbie dovrebbe essere affidata ai proprietari dei fondi o a dei gestori che realizzerebbero un guadagno per ogni animale catturato.

Dunque come occorre iniziare?

Per realizzare tutto questo bisognerà coinvolgere il legislatore regionale il quale dovrà impegnarsi, nell’immediato, a modificare alcune norme togliendo quei vincoli posti oggi dalla legge. Bisogna organizzare, a stretto giro, dei tavoli per discutere la fattibilità di questo tipo di misura o per proporne eventualmente altre. Ovviamente coinvolgendo professionisti del Servizio Veterinario per i controlli della carne, l’Istituto zooprofilattico, i privati gestori di macelli che hanno le strutture e i mezzi per rendere possibili le operazioni dopo la cattura, il Corpo Forestale e gli Enti locali per la progettazione e il controllo delle operazioni. Per tentare di risolvere il problema necessita incentivare economicamente i privati prevedendo, per cominciare, una somma in denaro per animale catturato e per le strutture organizzate che metterebbero a disposizione i locali e canali di commercializzazione di carni di qualità – naturalmente sotto la supervisione dell’Autorità sanitaria locale.