Giornalismo alla prova dei social: il problema non è solo cambiare linguaggio

di Gabriele Amadore
05/10/2026

Instagram, TikTok, podcast e smartphone sono diventati porte d’accesso all’informazione per una parte delle nuove generazioni. Il problema per il giornalismo non è soltanto imparare a utilizzare strumenti diversi. È capire come raggiungere un pubblico che sempre più spesso non arriva direttamente alle testate e costruisce altrove il proprio rapporto con l’attualità.

La distanza tra produzione giornalistica e modalità di consumo delle notizie è stata uno dei nodi emersi dal confronto tra giornalisti, creator ed editori all’XI Festival del Giornalismo Enogastronomico, moderato da Nino Amadore. Un confronto che ha spostato l’attenzione dalla tradizionale contrapposizione tra giornalisti e creator a una domanda più concreta: dove si trovano oggi i lettori? La questione riguarda soprattutto le generazioni più giovani. E obbliga l’editoria a misurarsi con linguaggi, piattaforme e abitudini molto diverse da quelle sulle quali ha costruito il proprio modello.

Dai giornali a Instagram e TikTok

Giuliana Piazzese, creator e digital strategist, ha posto il problema in termini diretti: «Perché non siete negli spazi dove ci sono le persone?». La domanda riguarda la capacità del giornalismo di presidiare gli ambienti digitali nei quali una parte crescente del pubblico trascorre il proprio tempo.Social e podcast, in questa prospettiva, non rappresentano semplicemente strumenti attraverso i quali rilanciare un articolo già pubblicato. Sono ambienti con linguaggi e modalità di relazione propri. Da qui la proposta di costruire percorsi di formazione reciproca tra giornalisti e creator. I primi possono trasferire metodo, verifica delle fonti e cultura professionale; i secondi conoscenza delle piattaforme, competenze tecniche e capacità di utilizzare formati differenti.

Assia La Rosa ha indicato nell’esperienza con gli studenti universitari uno dei passaggi che l’hanno portata a sperimentare nuovi strumenti. Il confronto con le nuove generazioni le ha mostrato quanto Instagram, TikTok e gli altri ambienti digitali siano ormai centrali nella circolazione delle informazioni. «Non faccio altro che pensare al cambiamento», ha spiegato. Il metodo giornalistico resta, mentre cambiano gli strumenti: podcast, video, montaggio e contenuti pensati direttamente per le piattaforme. Alcuni hanno raggiunto decine di migliaia di visualizzazioni e uno, dedicato alla storia di un prodotto siciliano, è arrivato a circa 200 mila.

Il passaggio, però, è tutt’altro che automatico. Alfredo Pecoraro, giornalista dell’ANSA, ha messo in evidenza un limite strutturale delle redazioni. Una parte dei contenuti continua a rivolgersi soprattutto agli addetti ai lavori e fatica a intercettare le nuove generazioni. Nel frattempo gli organici si riducono, aumentano i carichi di lavoro e diminuisce il tempo disponibile per sperimentare. Cambiare linguaggio senza perdere profondità e verifica diventa quindi una delle questioni centrali per il settore.

La concorrenza dell’intelligenza artificiale

La distanza dai lettori assume un peso ancora maggiore mentre cambia anche il modo in cui le informazioni vengono cercate. Tony Siino ha indicato nella crescita dei motori di ricerca e soprattutto dell’intelligenza artificiale un ulteriore elemento di rottura.L’utente può ottenere sempre più spesso una risposta senza entrare direttamente nel sito che ha prodotto l’informazione. Per gli editori significa perdere non soltanto traffico, ma una parte del rapporto diretto con il pubblico. Secondo Siino, la prossima contrapposizione potrebbe così non essere quella tra giornalisti e creator, ma quella tra giornalismo e sistemi di intelligenza artificiale.

Resta poi il problema delle regole. Concetto Mannisi, presidente dell’Ordine dei giornalisti di Sicilia, ha ricordato che il giornalismo professionale opera dentro un sistema di obblighi deontologici, responsabilità e tutele che riguardano anche il trattamento delle fonti e delle persone coinvolte nelle notizie. Il confine diventa più difficile da tracciare quando l’informazione viene prodotta da soggetti che non rispondono allo stesso sistema di norme.

La soluzione discussa non passa quindi dalla sostituzione di una figura con un’altra. L’ipotesi è costruire una filiera dell’informazione nella quale competenze differenti possano integrarsi: il metodo e la responsabilità professionale del giornalismo da una parte, la capacità dei creator di conoscere piattaforme, linguaggi e comunità digitali dall’altra.La posta in gioco è il rapporto con il pubblico. Perché produrre informazione verificata non basta più se una parte crescente dei potenziali lettori non frequenta i luoghi nei quali quella informazione viene pubblicata.

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