Longi: natura, cibo e comunità per ridisegnare il futuro dei Nebrodi
Longi non vuole diventare l’ennesimo borgo da cartolina. Non vuole essere soltanto una bella immagine da fotografare, né una tappa veloce per un turismo che arriva, consuma e riparte. Il messaggio emerso dal convegno dedicato a natura, paesi e turismo lento è più ambizioso: il futuro dei Nebrodi passa dalla capacità di restare comunità vive, capaci di riconoscere il proprio patrimonio e trasformarlo in sviluppo senza snaturarlo.
Il confronto si è svolto nell’ambito dell’Outdoor Fest, organizzato dal Comune di Longi in collaborazione con l’associazione La Stretta, con il patrocinio dell’assessorato regionale alle Attività produttive, nell’ambito del progetto “Sicilia che piace”, e dell’assessorato regionale all’Agricoltura. Una cornice coerente con il tema della giornata: costruire una nuova idea di territorio partendo dai sentieri, dalla biodiversità, dal cibo, dalle comunità e da un turismo lento, consapevole, rispettoso.
Il filo conduttore è chiaro: Longi e i Nebrodi non devono inseguire modelli turistici nati altrove. Non devono diventare una piccola Taormina, una piccola Cefalù o una piccola Marzamemi di montagna. Devono trovare una strada propria. Più lenta, più difficile, ma più aderente alla loro identità.
Al centro del ragionamento ci sono le Rocche del Crasto, la Stretta, il Centro Naturalistico La Petagna, i boschi, le trazzere, il paesaggio agrario, la memoria dei carbonai, le tradizioni alimentari, il rapporto tra comunità e natura. Non singole attrazioni, ma parti di uno stesso racconto.
Il sindaco Lazzara: «Se non ragioniamo come sistema, rischiamo di scomparire»
Il sindaco di Longi, Calogero Lazzara, ha posto subito il tema su un piano concreto. Nessun paese, da solo, può reggere la sfida dello spopolamento e della marginalità. Per questo Longi ha scelto di ragionare insieme ad altri comuni del comprensorio.
«Abbiamo creato un comprensorio insieme a Galati, Longi, San Salvatore di Fitalia, Capri Leone, Mirto, Frazzanò, San Marco d’Alunzio e Militello Rosmarino», ha ricordato Lazzara. Poi la frase che riassume il senso politico dell’incontro: «Se non ragioniamo come sistema, rischiamo di scomparire».
Il sistema evocato dal sindaco ruota attorno alle Rocche del Crasto e alla valle del Fitalia. Longi, in questo quadro, ha una posizione particolare. È un paese piccolo, appoggiato sulla dorsale dei Nebrodi, ma proprio questa condizione gli ha permesso di conservare una fisionomia riconoscibile.
«Da Passo Zita sembra quasi un paese delle Dolomiti, immerso nella natura e nella vegetazione», ha detto Lazzara. La bellezza, però, non basta. Il paese tende a spopolarsi. E lo spopolamento non si combatte con la nostalgia, ma con servizi, lavoro, progetti e una visione condivisa.
Il sindaco ha ricordato anche chi, negli anni, ha creduto nell’outdoor quando parlare di escursionismo e natura nei Nebrodi non era ancora scontato: Alessandro Lazzara, Antonio Araca, Bruno Migliore, Calogero Castano, Barbara Cangemi e l’associazione La Stretta. Persone e realtà che hanno aperto una strada, poi interrotta e oggi ripresa con nuovo entusiasmo.
La natura non è uno sfondo: è il cuore dell’identità
Il primo grande tema emerso dal convegno riguarda la natura. Non come scenario da usare per promuovere un territorio, ma come elemento profondo dell’identità dei paesi.
Il professore Lorenzo Gianguzzi, studioso degli aspetti naturalistici e botanici dei Nebrodi, ha ricostruito il valore ambientale di quest’area. I Nebrodi, ha spiegato, sono un territorio di grande interesse per caratteristiche geomorfologiche, vegetazionali, naturalistiche e culturali. Qui la natura non vive separata dalla storia delle comunità. È intrecciata ai riti, ai manufatti, alle feste religiose, al mondo contadino, alla pastorizia, all’uso del bosco.
«Accanto ai valori ambientali ci sono le tradizioni, gli antichi manufatti, le strutture storiche, i riti, le processioni, le feste religiose, gli elementi del mondo contadino», ha osservato Gianguzzi. Molti di questi aspetti oggi rischiano di perdersi. L’attività agricola arretra, le forme tradizionali di uso del bosco scompaiono, i mestieri antichi finiscono nel dimenticatoio.
Eppure proprio questa fragilità può diventare un punto di ripartenza. L’escursionismo, secondo Gianguzzi, può dare impulso al territorio. Ma solo se accompagnato da conoscenza.
«Non basta camminare. Bisogna sapere spiegare ciò che si incontra», ha detto. È un passaggio decisivo. Il turismo naturalistico non può limitarsi al sentiero. Deve raccontare il paesaggio, la geologia, la flora, la fauna, i corsi d’acqua, le rupi, i boschi, gli ambienti umidi. Deve trasformare una camminata in esperienza di comprensione.
Longi, da questo punto di vista, ha molto da offrire. Le Rocche del Crasto, la Rocca Calanna, le aree dove nidificava l’aquila, le pareti rocciose, le faggete, le cerrete, i boschi di sughera, gli ambienti lacustri e umidi possono diventare parte di itinerari di più giorni. Non escursioni episodiche, ma percorsi tematici capaci di unire botanica, geologia, biodiversità e cultura locale.
La Petagna, il “panda vegetale” dei Nebrodi
Il simbolo più forte di questa ricchezza è la Petagnaea gussonei, la Petagna, specie relitta presente in poche stazioni dei Nebrodi. Gianguzzi l’ha raccontata con un’immagine semplice e potente: «È come un dinosauro vivente della botanica, oppure, per il pubblico comune, come un panda vegetale».
La Petagna è una pianta antichissima, sopravvissuta in ambienti umidi molto circoscritti. Vive tra Tortorici, Longi e altri piccoli ambiti dei Nebrodi. Molte stazioni, nel tempo, si sono estinte a causa della scomparsa degli habitat adatti. Per questo non è solo una rarità botanica. È un indicatore della qualità ambientale, ma anche della fragilità degli ecosistemi.
Il Centro Naturalistico La Petagna nasce dentro questa consapevolezza. È un presidio di conoscenza, divulgazione e memoria ambientale. Durante il confronto è stato ricordato il ruolo di Salvatore Migliore, che comprese il valore di questa pianta e contribuì a costruire un luogo dedicato alla biodiversità e alla natura dei Nebrodi.
La Petagna, però, non è l’unica rarità. Gianguzzi ha richiamato anche altre specie legate alle rupi calcaree dei Nebrodi e di San Marco d’Alunzio. Il territorio conserva piante antiche e specie di più recente differenziazione. Da un lato i “nonni” della flora, dall’altro i “giovani” della flora. Una ricchezza che può diventare elemento identitario, se raccontata bene e affidata a guide preparate.
Beppe Biazzo: «Siamo fuori dalla retorica dei borghi»
Il confronto si è poi spostato sul rapporto tra turismo e comunità. Beppe Biazzo, geografo e guida ambientale, ha messo in guardia da una parola abusata: borgo. Una parola che spesso trasforma i paesi in scenografie, in fondali graziosi da visitare per qualche ora.
«Siamo qui fuori dalla retorica dei borghi», ha detto Biazzo. Il paese è altro. È storia, geografia, lavoro, relazione tra abitanti e territorio. Longi non è soltanto un centro abitato bello da vedere. È un luogo modellato dalle montagne, dai boschi, dalle economie del passato.
I longesi non erano solo pastori e agricoltori. Erano anche carbonai. E il paesaggio che oggi viene percepito come naturale è anche il risultato di una lunga relazione tra comunità, bosco e lavoro. Parlare di turismo, dunque, significa parlare di questa relazione. Non basta vendere una vista panoramica. Bisogna raccontare ciò che quella vista contiene.
Biazzo ha lanciato anche un avvertimento. Il turismo può diventare un rischio se arriva dall’esterno e si impone sui luoghi. «Il turismo può essere pericoloso se arriva dall’esterno, consuma un luogo e lo trasforma in una piccola Venezia o in una piccola Barcellona», ha spiegato. Non servono milioni di visitatori per produrre danni. Anche un piccolo paese può essere travolto da presenze sproporzionate, se non governa la propria capacità di accoglienza.
La risposta è un turismo di comunità. Un turismo che parta dagli abitanti, dalle associazioni, dai saperi locali. In questo senso, l’esperienza dell’associazione La Stretta viene indicata come un elemento importante: non un’offerta turistica calata dall’alto, ma un processo di accompagnamento del visitatore dentro il territorio.
L’idea dell’ecomuseo
Tra le proposte emerse c’è quella dell’ecomuseo. Biazzo ha richiamato una concezione del museo che supera l’edificio chiuso e trasforma il territorio stesso in luogo di racconto.
«Il museo non è più soltanto un edificio: diventa il territorio stesso, con i suoi percorsi, le sue memorie, i suoi saperi, le sue economie», ha detto. Per Longi potrebbe essere una strada concreta. Il Museo della Petagna potrebbe diventare il centro di un sistema più ampio, capace di mettere insieme itinerari naturalistici, memoria dei carbonai, tradizioni del telaio, saperi del bosco, gastronomia, paesaggio agrario e comunità.
Non si tratterebbe di inventare qualcosa dal nulla. Molti elementi esistono già. Serve un contenitore, una visione comune, una rete capace di trasformare il patrimonio diffuso in progetto.
Emilio Messina: «Spesso il primo a non conoscere la Sicilia è il siciliano stesso»
Un altro nodo è la comunicazione. Emilio Messina, presidente di Federescursionismo Sicilia, ha portato il punto di vista di chi osserva l’isola attraverso le guide, l’escursionismo, la fotografia e la divulgazione.
Il primo pubblico da raggiungere, secondo Messina, non è necessariamente quello straniero. Sono i siciliani. «Spesso il primo a non conoscere la Sicilia è il siciliano stesso», ha detto. Persone che vivono a cinquanta chilometri dai Nebrodi non conoscono la Stretta, le Rocche, i boschi di Longi. Magari hanno visitato capitali europee, ma ignorano luoghi vicinissimi.
Per questo occorre rendere visibile ciò che già esiste. Non serve raccontare tutto subito. Bastano pochi elementi forti: le Rocche del Crasto, la Stretta, la Petagna, i boschi, il tramonto dal Rifugio del Sole. Immagini e storie capaci di aprire una curiosità.
Messina ha indicato anche un tema strategico: intercettare i flussi. Chi va a Milazzo per imbarcarsi verso le Eolie spesso non riceve alcuna informazione sul mondo naturalistico dei Nebrodi, che si trova a poca distanza. Un turista francese, tedesco o italiano interessato all’ecoturismo potrebbe scegliere di fermarsi, se trovasse un messaggio chiaro, percorsi organizzati e servizi adeguati.
Interessante anche la proposta delle residenze di divulgatori. Non solo artisti, ma fotografi, naturalisti, comunicatori e creator capaci di raccontare un territorio a pubblici nuovi. «Un divulgatore capace di parlare della Petagna, delle Rocche o di un tramonto può raggiungere pubblici che altrimenti non conoscerebbero mai Longi», ha osservato Messina.
La conclusione è netta: Longi non deve cercare un turismo di massa. Deve costruire una proposta slow, naturalistica, consapevole. Servono comunicazione, rete, guide preparate, esperienze autentiche e una visione condivisa.
Il cibo non è folclore: è cultura quotidiana
Il discorso sul turismo lento ha trovato nel cibo un passaggio naturale. Salvatore Granata, legato alle esperienze di Legambiente e Slow Food, ha invitato a non banalizzare la gastronomia. Il cibo non può essere ridotto a sagra, folklore o prodotto da vetrina. Deve tornare a essere cultura.
«Il cibo appartiene all’identità», ha detto Granata. Per questo va collegato al paesaggio agrario, al lavoro dei produttori, alla qualità dell’agricoltura, alla vita quotidiana delle famiglie. Il rischio, anche nei Nebrodi, è importare modelli turistici distruttivi: picchi di presenze, eventi mordi e fuggi, consumo rapido dei luoghi.
Il territorio, invece, si presta a un turismo lento, lungo, interessato a condividere la vita degli abitanti. Il visitatore non dovrebbe venire soltanto per mangiare in un ristorante. Dovrebbe entrare in relazione con uno stile di vita.
Granata ha richiamato la pasta con i fagioli, le verdure selvatiche, i legumi, il pane di casa. Piatti semplici, familiari, popolari. Non elementi minori, ma pezzi profondi di cultura materiale. La gastronomia dei Nebrodi non è solo vino, salumi e prodotti d’eccellenza. È anche cucina quotidiana, memoria domestica, agricoltura di prossimità.
Lo spopolamento resta il nodo vero
Dietro ogni ragionamento, però, resta il dato più duro: lo spopolamento. Granata ha ricordato che tra il 1950 e il 2020 i Nebrodi hanno perso circa il 44 per cento della popolazione. Un numero che racconta più di molte analisi. I paesi si svuotano, i giovani partono, le competenze si disperdono, i servizi diventano più fragili.
Il turismo può aiutare, ma non può essere l’unica risposta. Può funzionare solo se inserito dentro un modello economico e sociale più ampio. Servono filiere, lavoro, agricoltura, artigianato, servizi, formazione, comunità organizzate.
Anche le risorse pubbliche per le aree interne, secondo Granata, devono essere usate con attenzione. Possono diventare un’occasione, ma solo se inserite in una visione condivisa. Altrimenti rischiano di produrre opere scollegate dal territorio, interventi invasivi, progetti privi di continuità.
Sentieri, trazzere e zip line: i progetti del Comune
Nella parte conclusiva, il sindaco Lazzara ha richiamato alcune progettualità sulle quali il Comune sta lavorando. L’amministrazione, ha spiegato, non vuole usare le risorse disponibili per stravolgere il paese. La scelta è concentrarsi su interventi coerenti con la vocazione di Longi.
Uno dei filoni riguarda la sentieristica, con il recupero della vecchia trazzera che passa sotto Pizzo Stefania e si collega con il convento di Fragalà. L’obiettivo è costruire collegamenti tra comuni e permettere, per esempio, di andare da Longi al convento attraverso un percorso recuperato e valorizzato.
L’altro filone riguarda lo sport nella natura, con il progetto della zip line e del Polo dell’Angelo, in collaborazione con altri comuni del comprensorio. Anche in questo caso, la logica non è quella del singolo intervento isolato, ma del sistema territoriale.
«L’idea non è agire da soli, ma fare sistema», ha ribadito Lazzara. E l’ipotesi dell’ecomuseo, emersa durante il confronto, potrebbe diventare una direzione di lavoro utile. I progetti sono ancora nella fase dello studio di fattibilità economica. Proprio per questo il confronto con studiosi, guide, associazioni e comunità può incidere sulle scelte.
Una strada possibile per i Nebrodi
Il convegno dell’Outdoor Fest ha consegnato una traccia precisa. Longi può diventare un laboratorio per i Nebrodi se riesce a tenere insieme ciò che spesso viene separato: natura e comunità, sentieri e cibo, biodiversità e memoria, turismo e vita quotidiana, paesi e territorio.
La sfida è evitare due errori opposti. Il primo è restare fermi, affidandosi alla nostalgia e alla bellezza dei luoghi. Il secondo è inseguire modelli turistici non adatti, capaci di portare presenze ma non futuro.
Tra questi due rischi c’è una strada più complessa: costruire un turismo lento, competente, radicato. Un turismo che non trasformi Longi in una cartolina, ma aiuti il paese a restare vivo.
Il futuro, qui, non passa dalla spettacolarizzazione dei luoghi. Passa dalla capacità di riconoscerli, raccontarli e abitarli ancora. Dai sentieri alle Rocche del Crasto, dalla Petagna al pane di casa, dai boschi alla memoria dei carbonai, Longi prova a indicare una rotta: non consumare i Nebrodi, ma tornare a capirli.