«Il presidente Fava non si è scusato, e allora lo faccio io. Chiedo scusa a tutti: scusa per l’ignobile spettacolo che è stato dato ai cittadini; scusa perché è stata messa in discussione la tenuta e la credibilità delle istituzioni; scusa soprattutto per non essere morto quella notte con gli uomini della mia scorta. Se ciò fosse accaduto sono certo che ogni 18 maggio (giorno dell’attentato subito nel 2016, ndr) qualcuno che ha tentato di denigrarmi sarebbe stato davanti a quella lapide ad usare parole roboanti a ad esaltarci».

Sono le parole conclusive dell’intervento dell’ex presidente del Parco dei Nebrodi, Giuseppe Antoci, davanti alla commissione Antimafia in occasione dell’audizione che si è tenuta in Parlamento. Un intervento, quello di Antoci, durato quasi 50 minuti. Carte alla mano l’ex presidente del Parco dei Nebrodi ha smontato punto per punto le tesi (definite più volte preconcette) della commissione regionale Antimafia presieduta da Claudio Fava. Commissione regionale antimafia che è stata ancora una volta “censurata” dai parlamentari nazionali e in particolare dal senatore Franco Mirabelli.


«So di non essere stato il primo a ricevere fango – ha aggiunto – E’ successo a tanti che hanno combattuto la mafia ed alcuni di lo che oggi non ci sono più hanno subito cose molto simili, ma spero nel profondo del mio cuore di essere l’ultimo. Questa relazione è depositata in maniera integrale, con i suoi 48 allegati, in due posti: in un luogo sacro per le istituzioni come la commissione Antimafia e nella cassaforte di casa mia, in custodia a mia mogli e alle mie figlie.

Se un giorno, spero mai, dovesse accadermi qualcosa potrete tirarla fuori per raccontare una delle pagine più buie della lotta alla mafia di questo Paese. Sono stati anni difficili, per me e per la mia famiglia costretta a vivere una situazione di sicurezza complicata e ad avere la casa presidiata dall’Esercito. Ma sono state anche anni di soddisfazioni, perché le procure hanno attivato i controlli in base al Protocollo di legalità impedendo che, come accadeva prima, i fondi europei finissero a esponenti importanti delle famiglie mafiose».