Gioacchino Spinnato

Coinvolti nel fermo di indiziato di delitto emesso dalla Direzione Distrettuale Antimafia di Palermo, nei confronti di 11 persone ritenute a vario titolo responsabili di associazione mafiosa, estorsione, trasferimento fraudolento di beni, corruzione, atti persecutori, furto aggravato e danneggiamento, anche due soggetti residenti nel territorio nebroideo:

Gioacchino SPINNATO, 68 anni detto Iachino, di Tusa, descritto dagli inquirenti quale soggetto ben radicato nell’organizzazione di cosa nostra, per avere fatto parte attiva del mandamento di S. Mauro Castelverde, mantenendo costanti e continui contatti con i capi mandamento detenuti, in primo luogo Farinella Domenico, e con tutti i sodali attivi sul territorio, in primo luogo Farinella Giuseppe cl. 93, Scialabba Giuseppe e Rizzuto Francesco, da cui veniva costantemente informato circa lo stato delle attività illecite in via di svolgimento sul territorio, interfacciandosi con modalità riservate con i membri di spicco degli altri contesti mafiosi (ad esempio col capomandamento di Belmonte Mezzagno Bisconti Filippo Salvatore), impartendo ai sodali direttive ed offrendo informazioni utili a perfezionare le attività illecite dell’organizzazione mafiosa in via di esecuzione, pretendendo dagli altri sodali il reperimento di denaro da destinare al suo mantenimento, assumendo un ruolo centrale e decisivo nella vicenda relativa al danneggiamento ed alla estorsione ai danni di Giambelluca Nunzio; agevolando le attività illecite ordite da Farinella Giuseppe nell’ambito del traffico di stupefacenti.

Antonio ALBERTI (nella foto) 46 anni, di Castel di Lucio, accusato di avere fatto parte attiva della famiglia mafiosa e del mandamento di S. Mauro Castelverde, operando al fianco di FARINELLA Giuseppe e SCIALABBA Giuseppe con un ruolo subordinato rispetto ad essi, prendendo parte alla commissione di estorsioni, ad esempio a danno di MAMMANA Michelangelo e IPPOLITO Pietro, ed offrendo la protezione mafiosa ai cantieri in corso di svolgimento nel territorio di sua pertinenza, mantenendo stretti contatti con i mafiosi attivi sul territorio (ad esempio SPINNATO Gioacchino) occupandosi di intrattenere contatti con mafiosi operanti in altri territori, esterni al mandamento di S. Mauro, pretendendo da SCIALABBA Giuseppe rassicurazioni, per conto del sodalizio, in ordine al suo mantenimento in carcere in caso di arresto.

Gli altri fermati. Domenico Farinella, detto Mico, 60 anni; il figlio Giuseppe, 27 anni; Giuseppe Farinella, 27 anni; Giuseppe Scialabba, 35 anni; Francesco Rizzuto, 51 anni; Mario Venturella, 57 anni; Rosolino Anzalone, 56 anni; Vincenzo Cintura, 47 anni; Pietro Ippolito, 60 anni; Giuseppe Antonio Di Maggio, 63 anni ritenuti vecchi e nuovi capi e gregari nel mandamento di San Mauro Castelverde, regno incontrastato della famiglia Farinella.

Il nonno Giuseppe morto in carcere nel 2017, il figlio Domenico che dal carcere era appena uscito nel 2020 dopo una lunga detenzione e il nipote Giuseppe che ha gestito le sorti del mandamento tra le province di Palermo e Messina. Le persone fermate nell’operazione Alastra sono accusate a vario titolo di associazione mafiosa estorsione, trasferimento fraudolento di beni, corruzione, atti persecutori, furto aggravato e danneggiamento, in Sicilia, Lombardia e Veneto.

Le indagini, seguite da un pool di magistrati coordinati dal Procuratore Aggiunto Salvatore De Luca, documentano gli assetti e le dinamiche criminali del mandamento mafioso di San Mauro Castelverde, che, all’indomani dell’operazione “Black Cat” (aprile 2015), ha serrato le fila ed ha continuato ad operare sul territorio, imponendo il proprio potere con inalterata capacità intimidatoria. In tale quadro si inseriscono le numerosissime estorsioni ai danni dei commercianti locali documentate dai militari dell’Arma, così come l’organizzazione di una efficientissima rete di comunicazione necessaria agli storici capi mafia detenuti per mantenere il comando degli associati liberi e continuare a strangolare imprese e società civile.

Le attività hanno consentito di evidenziare il ruolo ricoperto da Giuseppe FARINELLA, figlio di Domenico FARINELLA, l’autorevole boss di cosa nostra all’epoca detenuto a Voghera in regime di alta sicurezza. Tale sistema di controllo della consorteria mafiosa, basato sui rapporti di consanguineità, ha così permesso al capo mafia detenuto di mantenere il controllo del mandamento. Nonostante la giovane età, il rampollo ha avuto il compito di coordinare gli altri membri del sodalizio che operavano sul territorio.

Dalle investigazioni è emerso in maniera chiara che l’attività estorsiva, strumento attraverso il quale l’organizzazione esercita il controllo sul territorio, continua ad essere una forma di sostentamento primario per il sodalizio mafioso.

Grazie all’attività di indagine e alla fondamentale collaborazione degli imprenditori vessati, sono state infatti ricostruite 11 vicende estorsive (5 consumate e 6 tentate). Alle vittime era imposto di pagare il pizzo o di acquistare forniture di carne da una macelleria di Finale di Pollina gestita da Giuseppe SCIALABBA, braccio destro di Giuseppe FARINELLA.

I tentacoli del mandamento si erano allungati anche sull’organizzazione dell’Oktoberfest del 2018 a Finale di Pollina, quando, per impedire la partecipazione alla sagra di un commerciante che non si era piegato alle imposizioni del clan, gli indagati non avevano esitato a devastargli lo stand.

Con la libertà, nell’aprile 2019, Domenico FARINELLA ha deciso di concentrare nelle sue mani il vertice del sodalizio e ha ordinato agli associati liberi di intensificare la presenza sul territorio, avviando una nuova spirale di estorsioni ai danni dei commercianti. Preziosissime, in questo senso, sono state le testimonianze delle vittime che, ribellandosi al sistema criminale, hanno trovato il coraggio di denunciare di iniziativa e di collaborare con i Carabinieri.

Le investigazioni hanno consentito di evidenziare anche la capillare e asfissiante influenza dell’organizzazione mafiosa sul tessuto economico non soltanto attraverso l’imposizione del pizzo, ma anche attraverso la sensaleria negli affari dei privati e per mezzo della gestione diretta di attività di impresa che, fittiziamente intestate a soggetti incensurati, erano nei fatti amministrate dagli indagati. Al fine di eludere eventuali misure cautelari, infatti, Giuseppe FARINELLA ed Giuseppe SCIALABBA avevano fatto risultare terze persone quali titolari rispettivamente di un centro scommesse di Palermo e una sanitaria di Finale di Pollina, sottoposti a sequestro, del valore di 1.000.000 di euro.