Ucraina, le patate contro le bombe. La quotidiana resistenza di Anna


“Sono ancora viva e spero di rimanerlo a  lungo per poter vedere la sconfitta della Russia”. Anna, 81 anni, ha il viso angelico ma segnato: dalla fatica, dai pensieri, da una vita che certo non è stata semplice. Sorride e sembra felice, soprattutto perché è collegata con la nipote che da anni lavora in Italia, sui Nebrodi. Ma forse perché lei, Anna, è così: non si perde d’animo. E cura con estrema diligenza la normalità in un paese in guerra: la sua casa è nell’area di Ivano-Frankivs’k, la città nell’Ovest dell’Ucraina presa d’assalto dai russi all’inizio della guerra ma nelle ultime settimane in uno stato di relativa quiete: “Si sentono gli aerei , si sentono i bombardamenti ma per fortuna qui dove sono io finora non è arrivato nulla”.

Quest’anno gli uccelli di ritorno dalla migrazione, che segnalano l’arrivo della primavera, non si sono visti: di solito, racconta, il loro arrivo in questo periodo segnala che sarà una buona annata per l’agricoltura. E la signora non pensa poi che gli uccelli se la fanno alla larga da bombe e aerei militari. E che no, purtroppo, forse non sarà una buona annata per i campi dell’Ucraina.

Ma Anna non si perde d’animo e cura il suo piccolo campo come sempre, come al solito. Ma solo il campo vicino casa da cui è possibile raggiungere velocemente il bunker. Qui ha piantato già le patate senza ascoltare i consigli dei vicini e dei suoi tre figli: “E’ troppo presto – le hanno detto – il terreno è ancora ghiacciato”. Nulla.  Prima le patate e dopo anche l’aglio. O viceversa. Comunque è così: la normalità contro quella che viene ormai definita l’arroganza di Putin e dei russi. Le patate contro le bombe. Ma non c’è solo questo. Ci sono i colori, le viole che sbocciano nei campi, la bellezza dei ricami ucraini: cuscini, tovaglie. “Cerco di distrarmi – racconta Anna -. Ora sto ricamando una tovaglia per una mia nipote”.

Ci sono i ritratti: colpisce quello del poeta ucraino Taras Shevchenko. E sembra di sentire le parole di Testamento, quella poesia di Shevchenko che sembra ritagliata per questi giorni: “Seppellite, insorgete, le catene spezzate, con l’inimico sangue, libertà spruzzate, e nella grande famiglia nuova, liberata, non obliate ricordar di me con parola grata”.

Sono versi che ormai fanno parte del Dna del popolo Ucraino che la Russia vorrebbe annettere a se, azzerandone voci, caratteristiche, libertà, identità. Anna non parla di politica ma queste cose le sa. E sa bene come i russi agiscono. Lo ha imparato sulla propria pelle. Perché Anna è stata deportata a cinque anni in Siberia con tutta la sua famiglia: un suo cognato aveva combattuto contro i russi nella Seconda guerra mondiale e quindi al fianco dei tedeschi. Lui è stato ucciso, gli altri sono finiti tutti in Siberia. Anna è stata affidata a una famiglia russa e in quel grigio della punizione politica subita dalla sua famiglia ha però potuto studiare, ha imparato a danzare.

Nove anni in Siberia insieme a tanti altri ucraini che Stalin aveva voluto punire: “Ricordo tanta cattiveria in Siberia – dice Anna – ma non ho visto la crudeltà di questi giorni”. Eppure è lì a quella deportazione in Siberia che Stalin aveva immaginato per azzerare il popolo ucraino che si deve tornare per capire quello che sta accadendo e le ragioni dell’orgoglio di questo popolo che ha subito le angherie dei russi.  O andare a memoria alla tragedia degli anni Trenta, quando le politiche di Stalin causarono la morte di milioni di ucraini.  La tragedia cominciò quando Stalin, tra l’autunno del 1932 e la primavera del 1933, decise la collettivizzazione agraria, costringendo anche i kulaki, i contadini agiati (coltivatori diretti o piccoli proprietari terrieri), ad aderirvi contro la loro volontà. Una tragedia così grande che gli ucraini inventarono una nuova parola per descriverla: Holodomor o “sterminio per fame” che viene ricordato il 23 novembre. Anna queste cose le sa. E per questo dice: “Solo Dio può aiutare il popolo ucraino. E io prego affinché presto arrivi la pace”.

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