Non poteva candidarsi perché dichiarato ineleggibile con sentenza della Corte d’Appello, è stato eletto nonostante il vizio iniziale ma ora non si è presentato alla proclamazione pubblica prevista per legge. E’ la storia di Nino Fabio eletto primo cittadino alle elezioni amministrative di domenica scorsa, fratello del presidente della Banca cooperativa Valle del Fitalia Gino Fabio: l’istituto che gestisce la tesoreria del piccolo comune in provincia di Messina, sui Nebrodi.

Una situazione paradossale quella che si è venuta a creare in questo piccolo centro che porta alla ribalta tutti i limiti della nostra legislazione in fatto di elezioni amministrative e in particolare, in questo caso, di conflitto di interesse che, lo hanno scritto i giudici, è abbastanza palese. Il neoeletto sindaco, in fase di proclamazione avrebbe dovuto attestare sotto la sua responsabilità di essere eleggibile: cosa non facile da certificare alla luce della sentenza (quella stessa sentenza che ha portato il comune alle elezioni anticipate) che mette nero su bianco le ragioni dell’incompatibilità a questo punto sostanziale di Nino Fabio. Una sentenza che, a sentire il ricorrente Nino Miceli (tra l’altro candidato a sindaco anche in questa tornata elettorale ma uscito perdente), è passata in giudicato: “Il termine per il ricorso in Cassazione è scaduto e a me, che sono la controparte, non risulta sia stato presentato ricorso”.

Il caso Longi: la commistione tra potere economico e potere politico

Una vicenda che mette in imbarazzo le istituzioni a partire dalla Prefettura di Messina e per chiudere con l’assessorato regionale agli Enti locali guidato da Bernadette Grasso che, come si ricorderà, è stato sindaco di Rocca di Capri Leone, paese in cui la Banca ha negli anni scorsi aperti una filiale. Miceli ha più volte sottolineato il ruolo svolto dall’istituto di credito prima e dopo la competizione elettorale con la presenza tra i consiglieri eletti con la lista di Fabio di soggetti direttamente o indirettamente legati alla Banca. “Qui – sottolinea Miceli – al di là del dato amministrativo locale c’è un problema che riguarda la democrazia. A me sembra evidente che c’è una commistione tra potere economico, quello della banca, e quello politico”. Una banca che, per quanto considerata piccola, può contare su relazioni e contatti diretti o indiretti con pezzi delle istituzioni e del potere politico nebroideo: “Io – dice ancora Miceli – avevo proposto di non partecipare a queste elezioni: è stato deciso diversamente ma resta un grande problema: chi interverrà ora per fare rispettare la legge?”. Già, chi interverrà? La Prefettura o l’assessorato regionale alle Autonomie locali? Perché ora la situazione si è fatta veramente complicata e il piccolo comune dei Nebrodi, ormai simbolo nazionale di un imbarazzante conflitto di interessi, rischia di piombare nel caos. Se nella fase di presentazione delle candidature era possibile infatti celarsi dietro il buco normativo che non consentiva un intervento, ora a elezioni avvenute per Nino Fabio si pone il problema dell’incompatibilità certificata per sentenza e ormai nota a tutti.

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La richiesta dei consiglieri comunali al commissario (respinta al mittente)

Una situazione di cui sono consapevoli i consiglieri e sostenitori di Nino Fabio i quali, il 13 marzo, hanno inviato una lettera al commissario in cui chiedono il recesso anticipato del contratto con la Banca sulla base di un presunto danno derivante per il Comune: “Interpellare la Banca di Credito Cooperativo “della Valle del Fitalia ” di Longi, se è disponibile a rivedere, in termini economici, i contenuti della superiore convenzione (comunque in scadenza il prossimo 31.12.2019) o, in caso contrario, a valutare una risoluzione e/o recesso consensuale del rapporto senza ulteriore danno per il Comune, in caso di esito favorevole, inoltrare istanza alla società Poste ltaliane S.p.A. per un affidamento in via diretta così come prevede la legge di bilancio 2019,o in alternativa ad altri istituti di credito e ciò alfine di ottenere condizioni più favorevoli per il Comune.”

La risposta del commissario Antonio Garofalo, che ha così stoppato l’iniziativa dei consiglieri, è netta e solleva, semmai altri dubbi: “Sebbene l’art. 1 comma 908 della legge finanziaria 20lg (legge 145/218) preveda la possibilità per i piccoli comuni di affidare direttamente alla società poste italiane spa la gestione dei servizi di tesoreria, lo scrivente, preliminarmente, non comprende al di là del principio della salvaguardia dell’erario comunale, la richiesta avanzata dagli stessi consiglieri di “interpellare la Banca [..] se è disponibile a rivedere, in termini economici, i contenuti della superiore convenzione o, in caso contrario, di valutare una risoluzione e/o recesso consensuale del rapporto senza ulteriore dovuto per il Comune”, allorquando il contratto di tesoreria andrà a scadere il 31.12. 2019 e non risulta. Dal contratto stesso, alcuna specifica clausola che consenta cli interrompere anzitempo il rapporto di tesoreria, ne tanto meno risulta, alcun legittimo presupposto che possa far attivare le clausole rescissorie né la violazione da parte del Tesoriere delle norme contrattuali. Non si comprende, altresì, il motivo per il quale nessuna iniziativa risulti assunta, in illo tempore, ovvero da quando il consiglio comunale abbia rilevato un esborso di denaro a dir poco esorbitante (settembre 2017), attraverso una preliminare richiesta alla Banca Tesoreria di rinegoziazione delle condizioni contrattuali e comunque avviare la giusta interlocuzione con l’istituto di credito per tentare di adeguare, alle condizioni di mercato, il rapporto convenzionale”.

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Quali sono i costi del servizio? Lo scrivono i consiglieri comunali nella loro richiesta: “servizio comporta per il comune una spesa per un totale complessivo annuo di € 10.000,00,o1tre un tasso di interesse passivo, per le anticipazioni ordinarie di tesoreria, pari al 9,5o%o, per un importo complessivo medio anno di circa di€.18.000,00. Rilevato che in consiglio comunale si è evidenziato “un tasso di interesse, o dir poco esorbitante, sull’anticipazione di cassa, pari al 9,50% oltre alla corresponsione di un corrispettivo annuo pari 10.000,00 euro (giusta delibera. C.C. N. 27 del 14.09.2017)”.