Quello alla salute, a Mistretta, è uno dei diritti maggiormente mortificato. Con il costante, quasi impercettibile, depotenziamento dell’ospedale cittadino, il Santissimo Salvatore di Mistretta, diventa, giorno dopo giorno, sempre più difficile riuscire a garantire all’utenza un servizio rapido, efficiente e dignitoso.

Una criticità cronica che subisce, in primis, chi è costretto, per varie vicissitudini, a rivolgersi al nosocomio del territorio, per via delle carenze generiche legate alle prestazioni dei servizi professionali; in secundis, i sanitari che operano presso l’ospedale amastratino i quali, giornalmente, devono fronteggiare le emergenze e i bisogni specifici dell’utenza, con le unità operative sottorganico e con i pochi mezzi messi a loro disposizione, esponendosi a rischi e a pressioni inimmaginabili, pagando a caro prezzo le conseguenze di annunciate, e mai realizzate, riorganizzazioni.

Medici, infermieri e il resto del personale dipendente, sono, per i cittadini utenti, il volto dell’Azienda alla quale, spesso vengono esternate, in modo non sempre pacifico, rabbia e delusione. Negli ultimi anni si è assistito ad un progressivo, e continuo, depauperamento e ridimensionamento dei servizi e all’impoverimento delle elevate professionalità sanitarie del nosocomio, in netto contrasto con le notizie provenienti da Palermo, sempre rassicuranti ed incoraggianti: l’Unità Operativa di Ortopedia e Traumatologia, inserita nella nuova rete ospedaliera, da Semplice modificata a Semplice Dipartimentale, con 8 posti letto; l’aumento di ben 22 posti letto, con l’unità operativa complessa di medicina, con le unità operative semplici dipartimentali di anestesia e ortopedia / traumatologia, con le unità operative semplici di chirurgia, geriatria, lungodegenza, pronto soccorso e laboratorio analisi. Chiacchiere. Solo chiacchiere. Almeno fino ad ora.

Quello al quale giornalmente, concretamente, pare di assistere è un depotenziamento graduale dei servizi e non ad un investimento per lo sviluppo del nosocomio cittadino, come qualcuno vorrebbe far credere. Si percepiscono una serie di preoccupazioni di carattere generale legate alla carenza di risorse adeguate, a fronte di un forte aumento dei bisogni di salute dei cittadini; si constata la mancanza di medici e una programmazione inadeguata. Di manifestare, per reclamare il diritto umano fondamentale sancito dalla Costituzione, ossia il diritto alla salute, non se ne parla: il rischio, come è accaduto per i manifestanti che, pacificamente, qualche anno fa occuparono i binari alla stazione ferroviaria di Santo Stefano di Camastra per sensibilizzare il Governo nazionale posto sull’irremovibile decisione di tagliare i tribunali di Mistretta e Nicosiaè quello di essere denunciati o citati a giudizio.

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Denunciare “dall’interno” non è conveniente: lo insegna l’assurda vicenda della quale sono stati protagonisti tre medici in servizio nella UO di Medicina/Lungodegenza i quali con una lettera indirizzata al dirigente della medesima Unità Operativa, al direttore di presidio Ospedali di Mistretta e Sant’Agata di Militello, al direttore generale dell’ASP 5 di Messina, all’Assessore regionale alla salute e alla stampa, circa un anno fa, evidenziarono la pericolosità rappresentata dalla totale assenza, in alcune giornate, di uno specialista Cardiologo, anche al Pronto Soccorso del nosocomio cittadino: furono sospesi dal servizio e dallo stipendio per 15 giorni.

E allora…? Allora niente, tutti subiscono in silenzio senza tanto clamore le scelte e le inefficienze volute e calcolate da altri, imprigionati da una sorta di percepibile, ma invisibile, suggestione, per paura di ritorsioni. A parte qualche sindacato, che ogni tanto rompe il silenzio e lo stato passivo di completa dipendenza e sottomissione, chi potrebbe fare qualcosa non lo fa. Chi potrebbe fare qualcosa si affaccia alla finestra, vede la guerra fuori richiude la finestra, discretamente, rimanendo però a sbirciare da dietro le persiana. Domani dirà che non sapeva nulla, di non aver visto, di non aver sentito perché la propria finestra è sempre stata chiusa. Sovente si assiste a qualche passerella di qualche deputato regionale che promette, in nome del Diritto alla Salute, che il SS Salvatore molto presto riuscirà a garantire, per i servizi disponibili, l’efficienza delle cure alla stregua degli Ospedali Riuniti di Bergamo, ma null’altro. Niente di concreto. Solo “pussenti minchiati”, avrebbe sintetizzato mio nonno.

Qualche giorno a dietro al Presidio Ospedaliero “SS. Salvatore”, che a regime avrebbe dovuto assicurare quei servizi sanitari primari richiesti dalla popolazione, è stato “scippato” un lettino operatorio traumatologico con tanto di supporto. Un particolare tavolo operatorio modulare e versatile per la chirurgia ortopedica, in dotazione alla Sala Operatoria, impiegato per interventi di traumatologia. Si parla di imminente avvio di Unità Operativa di Ortopedia e Traumatologia Semplice Dipartimentale, con 8 posti letto, e, nel contempo viene “spostato” all’ospedale di Sant’Agata il lettino operatorio traumatologico, un accessorio indispensabile per le specialità di ortopedia e traumatologia.

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A voi sembra una cosa normale? A noi no! E’ normale, secondo voi, spostare altrove presidi essenziali in vista (come annunciato) di un prossimo avvio dell’Unità Operativa per la quale il lettino operatorio traumatologico, a detta degli esperti, sarebbe indispensabile ? Qua i punti sono due: o chi da disposizioni logistiche, di questo tipo, capisce poco di organizzazione ospedaliera o l’Unità Operativa di Ortopedia e Traumatologia, inserita nella nuova rete ospedaliera, è destinata a rimanere una promessa. Una promessa su carta. Vi pare normale, secondo quanto ci è stato riferito da più persone, che lo stesso giorno che hanno portato via il lettino operatorio traumatologico, stavano  per “caricarsi” anche il ventilatore polmonare presente nel blocco operatorio, indispensabile per l’anestesia, il quale, secondo indiscrezioni, ci raccontano sarebbe servito all’ospedale Barone Romeo di Patti.

Pare che non  l’abbiano portato via per l’insistente opposizione del personale, ma, quasi certamente, lo porteranno via al prossimo tentativo. Il ventilatore polmonare, per rendere l’idea, e quell’apparecchio elettromedicale di cui, non molto tempo fa, si sono avvalsi i sanitari per mantenere in vita al piccolo Calogero, il bambino nato a seguito di un convulso parto avvenuto dopo 5 soli mesi di gravidanza. Grazie all’ausilio dell’apparecchio elettromedicale, successivamente alla nascita, si riuscì a rispondere alle esigenze di criticità vitale del neonato, di soli 800 grammi di peso, le quali sorti sembravano essere appese ad un filo.