Sono state depositate ieri, mercoledì 6 maggio, le motivazioni della sentenza dello scorso 12 febbraio, quando il Tribunale collegiale di Patti, presieduto dal giudice Ugo Scavuzzo, ha condannato a 7 anni e 6 mesi di reclusione, e al pagamento di 2.500 euro di multa, Giuseppe Lo Re e a 3 anni di reclusione, e al pagamento di 2.500 euro di multa, Isabella Di Bella, ritenuti colpevoli di “tentata estorsione in concorso aggravata dal metodo mafioso” nell’ambito dell’inchiesta “Concussio” ed assolto l’ex consigliere comunale di Mistretta Vincenzo Tamburello (assistito dai legali Eugenio Passalacqua e Alessandro Pruiti) per non aver commesso il fatto.

Nelle 31 pagine stilate dal Collegio giudicante si legge la completa estraneità di Vincenzo Tamburello nella vicenda che ha visto altri soggetti coinvolti nella richiesta di pizzo sui lavori di restauro delle opere di «Fiumara d’Arte», mentre era in corso la gara, indetta dal Comune di Mistretta, per i lavori di valorizzazione e fruizione del patrimonio artistico contemporaneo nebroideo “…nell’ambito delle copiose intercettazioni trascritte, l’assenza di qualsiasi conversazione tra il Tamburello, da una parte e la Di Bella e/o il Lo Re, dall’altra parte, in cui si faccia riferimento (direttamente o indirettamente, palesemente o cripticamente) alla vicenda estorsiva in questione”.

Tamburello avrebbe avuto contatti occasionali con Giuseppe Lo Re, detto Pino, ritenuto dalla magistratura un elemento vicino al mandamento di San Mauro Castelverde e alla famiglia Mafiosa di Mistretta in cui, è riportato nelle motivazioni “nelle conversazioni si discute esclusivamente di argomenti radicalmente estranei alla vicenda oggetto del processo (fornitura di legname da operarsi da parte del fratello del Lo Re). In definitiva, l’imputato non può essere ritenuto concorrente nel tentativo di estorsione commesso da Giuseppe Lo Re e Isabella Di Bella in danno di Fortunato Rosario”.

Anche l’assunzione di un operaio autonomamente avanzata dal Tamburello non rappresenta un’imposizione  “…per l’evidenziato tono pacato della conversazione, per la contestuale presa di distanza da modalità operative foriere di guai giudiziari, per la forma cortese con cui l’assunzione è stata perorata per email e per l’assenza di apprezzabili elementi significativi di pur implicito o indiretto intendo minatorio da parte dell’imputato , può essere ricondotta al paradigma del delitto di estorsione”.

A carico degli altri due imputati, Giuseppe Lo Re e Isabella di Bella, condannati in primo grado rispettivamente a 7 anni e sei mesi e a tre anni, dalle motivazioni si evince la “sussistenza di circostanza aggravante in relazione alla formulazione della minaccia da parte di più persone riunite. In particolare, la richiesta estorsiva è stata avanzata dal Lo Re nell’ambito degli incontri con i coniugi Fortunato-Scaffidi Chiarello ai quali era sempre presente anche la Di Bella ed è stata, poi, ribadita della stessa Di Bella (ogni qualvolta ricordava ai due coniugi lo spessore criminale del coimputato e della “signorina Maria” e consigliava loro di corrispondere almeno un acconto per dimostrare la loro volontà di pagare)”.

I difensori di Giuseppe Lo Re e Isabella Di Bella, Giuseppe Serafino e Alvaro Riolo annunciano di voler ricorrere in appello. Sulla posizione di Tamburello l’accusa, rappresentata dal dott. Francesco Massara, ha a disposizione 45 giorni, a decorrere dal 12 maggio, per poter proporre impugnazione avverso alla sentenza.