Il pesantissimo colpo assestato dalla Direzione distrettuale antimafia alle cosche della fascia costiera e montana, nelle parte orientale della provincia di Palermo, prima con l’operazione “Black Cat”, dalla quale emergono sempre gli stessi cognomi, Barreca, Bonomo, Schittino, Guzzino, Maranto, Rinella , dinastie che si perpetuano di padre in figlio, dal nonno al nipote, per una mafia dura da estirpare; in seguito, con l’operazione “Nebrodi” che lo scorso 15 gennaio ha smantellando i clan dei Bontempo- Scavo e dei Batanesi, a seguito all’emissione di misure cautelari per 94 persone da parte Gip del Tribunale di Messina; ed infine con l’operazione “Alastra” conclusasi con il fermo di indiziato di delitto nei confronti di 11 persone ritenute a vario titolo responsabili di associazione mafiosa, estorsione, trasferimento fraudolento di beni, corruzione, atti persecutori, furto aggravato e danneggiamento ad opera di esponenti della famiglia mafiosa di San Mauro Castelverde, apre agli investigatori, che a tutt’oggi lavorano per smantellare gli interessi famelici di “Cosa Nostra” e di gruppi criminali, nuovi scenari sui propositi del mandamento di San Mauro Castelverde, considerato il più solido tra tutti quelli dell’Isola, che da qualche tempo cercava di allargare i propri confini o meglio le proprie azioni criminali basate sull’imposizione del versamento di una percentuale o di una parte dell’incasso, dei guadagni o di una quota fissa dei proventi, da parte di esercenti di attività commerciali ed imprenditoriali, in cambio di una supposta “protezione”.

Ciò avviene in una precisa area. Esattamente nel territorio considerato della famiglia mafiosa di Mistretta, il cui rappresentante – apprendiamo da una relazione della DDA – era tale Giovannino Tamburello e il vice rappresentante era Pietro Rampulla. Quest’ultimo individuato come colui che nel 1992 confezionò il micidiale ordigno della strage di Capaci, in cui morì il giudice Giovanni Falcone. La famiglia di Mistretta, nonostante dipendesse, insieme con le famiglie di GANGI e di SAN MAURO CASTELVERDE, da un unico mandamento il cui capo era FARINELLA Giuseppe, intimamente collegato coi GRECO e con i CORLEONESI, riusciva a garantire “serenità” nel territorio. Dopo la morte di Sebastiano Rampulla detto “Zu Vastianu”, “referente” e “mediatore” di Cosa nostra per l’intera provincia di Messina, fratello dell’ergastolano Pietro, le cose cominciano a cambiare: nessuno riesce più a garantire quella serenità territoriale e quel poco che rimane della famiglia mafiosa di Mistretta – si legge in un rapporto dei Ros di Catania consegnato alle Procure della Sicilia Orientale – si allea con i clan del Calatino, a loro volta senza la guida dei gruppo La Rocca, con un “ponte” con i tortoriciani degli Iblei (Vizzini e Francofonte) e la mediazione degli ennesi di Pietraperzia. Qui entra in campo il santapaoliano Angelo Marcello Magrì, fratello del ben più noto Orazio, sanguinario esponente della cosca catanese dei Santapaola- Ercolano, ma la cosa dura poco perché i carabinieri dei Ros e il Nucleo investigativo di Catania lo arrestano da lì a poco nell’ambito dell‘operazione Kronos.

Il territorio attribuito alla famiglia mafiosa di Mistretta torna in mano del mandamento maurino che ricomincia ad operare sul territorio imponendo il proprio potere con inalterata capacità intimidatoria. A prendere lo scettro del comando è Francesco Bonomo, (poiché il cognato Domenico Farinella si trova in carcere) sposato con la figlia del boss Giuseppe Farinella sorella Domenico e Maura. Dalle risultanze investigative raccolte dalla Direzione distrettuale Antimafia emergeva che Bonomo coadiuvato nella gestione delle faccende illecite dalla moglie, dal figlio Santo e dal fratello Mauro, reggeva saldamente il mandamento di San Mauro Castelverde, famiglia di Mistretta compresa, intrattenendo una serie di rapporti con vari esponenti di spicco di “Cosa Nostra”, segnatamente di Palermo, Bagheria, Catania, Messina, Caltanissetta ed Enna. In tale contesto gli inquirenti evidenziano le figure Antonio Giovanni Maranto, Antonio Maria Scola, emersi per essere stati gli affiliati più attivi nella gestione degli affari illeciti dell’intero mandamento mafioso, essendo Francesco Bonomo sottoposto alla libertà vigilata, misura che non gli consentiva di potersi muovere agevolmente dal territorio di San Mauro Castelverde. Il 28 marzo 2013, nell’ambito dell’ambizioso disegno per allargare i propri confini, alcuni esponenti della famiglia mafiosa, Scola e Maranto, con l’approvazione di Francesco Bonomo, iniziano a stringere rapporti con i tortoriciani e con i capitini – come riportato negli atti dell’inchiesta “Nebrodi” coordinata dal procuratore Maurizio De Lucia  

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Con l’operazione “Black Cat”, condotta dai carabinieri di Termini Imerese, scattata il 31 maggio 2016, finiscono in cella anche Bonomo, Maranto e Scola ed lo scettro del comando passa alle “nuove leve” – come li definisce in un rapporto la DDA. I nuovi protagonisti della scena delinquenziale – scrivono i magistrati che hanno coordinato l’operazione “Alastra” – FARINELLA Giuseppe classe 1993 e SCIALABBA Giuseppe che, seguendo le indicazioni impartite dal capo mandamento, Farinella Domenico, rinchiuso presso la casa circondariale di Voghera, sotto la supervisione di Giovacchino Spinnato (u zu Iachinu) , continuano ad operare puntando ad espandere la loro azione criminale anche nel territorio della famiglia mafiosa di Mistretta contando sull’aiuto di Antonio Alberti, un allevatore di Castel di Lucio, al quale sarebbe stato affidato il compito di avvicinare l’imprenditore compaesano Michelangelo Mammana, per estorcergli del denaro.

Il giovane Farinella e sodali mostrato il volto aggressivo di cosa nostra, affrontando le vittime a muso duro, approfittando della spregiudicatezza di alcuni dei nuovi membri – primo tra tutti Giuseppe Scialabba, fedele spalla del rampollo ossessionato dalla sua mafiosità – e spendendo il nome dei vecchi mafiosi al fine di rinverdire la loro capacità intimidatoria. Una documentata attività tecnica della DIA, nel mese di ottobre 2018, racconta come Antonio Alberti assieme al compare Giuseppe Scialabba si recavano a Capizzi dove prendevano contatti con tale Domenico Calandra, figlio di Giuseppe Antonio , quest’ultimo condannato per associazione mafiosa e sottoposto per anni 4 alla sorveglianza speciale con obbligo di soggiorno, definito dai collaboratori di Giustizia, CALDERONE Antonino, SIINO Angelo e GIUFFRE’ Antonino, uomo d’onore della famiglia di Mistretta.

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Il contatto con il figlio Domenico, amico o conoscente dell’Alberti, – scrivono i magistrati – era finalizzato ad incontrare proprio Giuseppe Calandra che però, lo stesso giorno della trasferta di SCIALABBA e ALBERTI a Capizzi veniva tratto in arresto in esecuzione di un ordine di carcerazione per una condanna definitiva in quanto ritenuto a capo della famiglia mafiosa di Mistretta.

Durante il tragitto di ritorno, Antonio Alberti si lasciava andare ad un’affermazione piuttosto esplicita sull’illiceità dei rapporti che lo legavano al compare Giuseppe Scialabba e all’organizzazione mafiosa in generale affermando: “…compà se mi dovesse succedere qualcosa ci devi pensare tu! Metti caso che mi gettano dentro (in galera,)…io non voglio vedere a nessuno…l’aiuto tu me lo devi dare…” Antonio Alberti in merito all’allora costruendo parco eolico a Castel di Lucio riferiva a suo compare di un diverbio avuto con tale Vincenzo, il quale, perpetrando un furto ai danni del cantiere, avrebbe mancato di rispetto a suo padre che, in qualità di referente mafioso della zona, avrebbe dovuto garantirne la “tranquillità”. Per tale motivo Alberti avrebbe affrontato Vincenzo per dirgli, testualmente, “che minchia ci facevi nel deposito…se ti ho detto che era sotto la mia responsabilità e la non si deve toccare niente….non si deve toccare niente!”, manifestando – secondo il Procuratore aggiunto Salvatore De Luca e i sostituti Bruno Brucoli e Gaspare Spedale  che hanno coordinato le indagini – in maniera inequivocabile la propria appartenenza al sodalizio mafioso.