Il sistema delle truffe all’Unione Europea per anni, anzi per decenni, ha consentito alla mafia dei Nebrodi di incamerare milioni di euro senza alcuna fatica, direttamente sui conti bancari. Senza muovere in dito.

Lo rivela il pentito Carmelo Barbagiovanni durante la deposizione al processo all’aula bunker del carcere di Gazzi per il maxiprocesso Nebrodi. Lo scorso 23 marzo era stato sentito dai giudici Giuseppe Marino Gammazza, che ha raccontato le spartizioni mafiose per i lavori dell’autostrada A20 Palermo-Messina. 

Barbagiovanni, elemento di spicco del clan dei Batanesi, non è uno qualsiasi per un periodo, come lui stesso ha raccontato, ha retto l’intero gruppo dei Batanesi, quando gli altri capi erano in carcere, e si vedeva una volta ogni mese con il mistrettese Sebastiano Rampulla, che per anni è stato il rappresentante provinciale di Cosa Nostra della provincia di Messina “per parlare di problemi”.

L’esponente mafioso ha risposto alle domande del sostituto della Distrettuale antimafia Fabrizio Monaco, che era in aula con il collega Antonio Carchietti e ha rivelato come nel sistema ci fossero “tutti i componenti del nucleo familiare, zii, genitori, nipoti, cugini e cognati, molto spesso come semplici prestanome dei mafiosi di rango”. “Quando loro pretendevano un terreno…riuscivano ad ottenere i terreni che desideravano con la pressione facevano lasciare i terreni pressioni sui proprietari o sulle persone quelli dei patronati era la coscienza di tutto questi terreni sono occupati non li puoi mettere”.

Durante la deposizione il pentito ha chiamato ancora una volta in causa come “gestori” delle truffe Pietro Lombardo Facciale, Sebastiano Armeli Iapichino e anche l’ex sindaco di Tortorici Emanuele Galati Sardo, che risulta tra gli imputati del processo Nebrodi. “Lui l’ha chiamato più volte il sindaco Manuele…ed è il sindaco di Tortorici” e quando il pm Monaco gli ha chiesto come fosse a conoscenza del coinvolgimento dell’ex primo cittadino, del sistema delle truffe ha risposto che “mi trovavo nei suoi uffici, oppure mi parlava davanti ai suoi uffici, faceva mettere le firme nei contratti che poi venivano registrati a Sant’Agata”. 

Barbagiovanni ha proseguito raccontando che esistevano titolari dei terreni che recepivano contributi dall’Unione Europea “a loro insaputa (…alcuni manco lo sapevano”). Venivano infatti portate avanti pratiche amministrative a nome di ignari residenti dei Nebrodi ma i bonifici andavano agli estremi bancari “giusti”, a quelli che partecipavano alle frodi. Un sistema che ha funzionato per decenni.

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