“La mia colpa, se di colpa si può parlare, è quella di essermi messo a disposizione di persone in preda a preoccupazioni e difficoltà”. È una delle frasi di Vincenzo Tamburello, rilasciate durante la quinta udienza del Processo Concussio, andato in scena ieri al Tribunale di Patti. L’ex consigliere comunale di Mistretta è indagato per  “tentata estorsione in concorso aggravata dal metodo mafioso” perché, secondo l’accusa, avrebbe imposto, insieme ad altri due, il pizzo sui lavori di restauro delle opere di «Fiumara d’Arte», mentre era in corso la gara, indetta dal Comune di Mistretta, per i lavori di valorizzazione e fruizione del patrimonio artistico contemporaneo nebroideo.

Tamburello ha riferito in aula il suo ruolo, all’epoca dei fatti, di consigliere comunale e le denunce alla Procura della Repubblica di Patti, in veste di amministratore del comune amastratino, a firma propria, per segnalare anomalie sulla gestione dei Fondi Rustici, documenta gli importi esagerati e gli affidamenti diretti riferiti al servizio di raccolta e smaltimento rifiuti nel comune di Mistretta, per la quale era stata avviata un’indagine notiziata dalla Compagnia Carabinieri di Mistretta, nel giugno 2017. Ha riferito di un rapporto dettagliato, redatto da lui stesso, da detenuto, subito dopo il suo arresto, indirizzato al Prefetto di Messina in cui elenca reati, illeciti e mala gestio perpetrati al Comune di Mistretta, su molti dei quali ha riposto attenzione la competente Procura.

L’ex consigliere comunale amastratino ha parlato di Maria Rampulla, sorella dei boss Sebastiano e Pietro, racconta di averla conosciuta e frequentata nel 2010. “Mi era stata presentata – racconta Tamburello – in veste di cliente che aveva la necessità di regolarizzare la posizione di un suo operaio. I miei rapporti con la Rampulla erano di natura squisitamente lavorativi. In seguito – continua – mi recai diverse volte da lei, chiamato dalla stessa, per cercare accordare una faccenda tra due imprese, in conflitto tra loro, giacché una delle due era seguita dal mio studio professionale”.

Tamburello ha dichiarato di aver conosciuto Pino Lo Re nel lontano 2000, nello studio del commercialista che frequentava per abilitarsi alla libera professione, di aver avuto altro contatto con lui quando, anni dopo, acquista un fuoristrada nella concessionaria del fratello dello stesso e di averlo incontrato quando il suocero, acquistando in un’asta giudiziaria un immobile a Torre del Lauro, si dovette mettere in contatto con Lo Re per entrare in possesso dell’abitazione occupata dalla compagna di quest’ultimo. Circostanze che Lo Re, nel corso della propria deposizione, in videoconferenza, ribadisce e conferma. L’ex consigliere dichiara di essere stato contattato telefonicamente da Pino Lo Re il quale gli chiede di dare una mano a due suoi amici, Rosario Fortunato e la moglie Barbara Scaffidi, esasperati dalle lungaggini delle procedure di gara; la stessa gara che si erano aggiudicati per i lavori di restauro delle opere di «Fiumara d’Arte», che gli stessi coniugi dichiarano fosse viziata da irregolarità.

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Tamburello incontra i due parecchie volte e, esattamente come dichiarato nella deposizione dello scorso 12 settembre da Rosario Fortunato e Barbara Scaffidi, il rapporto che si istaura, nei modi e nella forma, è riguordoso e cordiale: nessuna richiesta di denaro, nessuna tentata estorsione. “Mi sono messo a disposizione dei due solo per dare loro una mano d’aiuto – dichiara Tamburello – li ho sempre ricevuti affabilmente facendomi carico delle loro esigenze, invitandoli persino a denunciare alla magistratura le anomalie nelle procedure di gara che gli stessi raccontavano di aver riscontrato. Ho saputo per bocca loro, nell’ultimo nostro incontro, che Pino Lo Re aveva chiesto loro di versare 50 mila euro, mi misi a ridere e risposi: «Già si lampiau… (Riferendosi a Pino) – e poi – Ora ci parlo io ( spiegando alla Corte che la persona con cui avrebbe dovuto parlare non era Lo Re, bensì il direttore dei lavori)» e consigliai di non fare e non dare niente a nessuno (esattamente come dichiarato nella loro deposizione dalle persone offese). L’unica cosa che chiesi ai due coniugi quel giorno, uscendo dal mio studio, fu l’assunzione, se lo ritenessero opportuno, di un giovane di Mistretta, disoccupato. In quell’occasione – conclude Tamburello – entrambi mi dissero che l’avrebbero fatto senza alcun problema, sempreché venisse loro concesso l’affidamento dei lavori”.